La celebrazione del Palio del Niballo a Faenza, che dal 28 giugno 1959 si rinnova ogni anno nella quarta domenica di giugno, rappresenta una manifestazione che intreccia profondamente la storia, la cultura e l'identità collettiva della città. Questo evento non è solo un'occasione di spettacolo e folklore, ma un momento in cui la comunità faentina si riconnette con le proprie radici, riaffermando un legame storico e spirituale con il passato.
1. Origini e significato storico
Le cronache locali testimoniano che già nei secoli passati a Faenza si svolgevano feste di natura cavalleresca e ludico-militare, come corse del palio divenute poi giostre al saracino o semplici corse di cavalli berberi, organizzate in onore della Vergine Maria, dei santi protettori della città o delle Corporazioni delle Arti. Queste manifestazioni erano espressioni di devozione religiosa e, al contempo, strumenti di coesione sociale e celebrazione identitaria. Tali eventi riflettevano anche la struttura della società faentina, che includeva associazioni popolari, corporazioni artigiane e aristocrazia. Le competizioni non erano solo un momento di festa, ma anche un'occasione per affermare il prestigio dei diversi gruppi sociali e delle famiglie nobiliari.
La giostra faentina di ieri e di oggi
L'attuale Palio del Niballo è la moderna continuazione di questa tradizione. Esso incarna la permanenza folklorica del passato in un contesto urbano che rispecchia la stratificazione sociale e culturale della città. Ancora oggi, la suddivisione di Faenza in quattro rioni principali, ereditata dall'antica Faventia romana, gioca un ruolo fondamentale nella manifestazione. I rioni, compreso il Borgo Durbecco, che rappresenta un’unità urbanistica a sé, a est oltre il Ponte delle Grazie sul fiume Lamone, rappresentando le diverse zone della città e i loro abitanti, sono protagonisti della competizione, contribuendo così a rafforzare il senso di appartenenza e la solidarietà tra i cittadini.
La struttura sociale e il ruolo dei Rioni
I rioni di Faenza non sono semplicemente delimitazioni territoriali: essi sono, oggi, nuclei di aggregazione sociale che riflettono la composizione della città in tutte le sue sfaccettature. Dalle associazioni popolari alle corporazioni, fino alle consorterie nobiliari, ogni rione porta con sé un'eredità storica e culturale che si esprime nella preparazione annuale alle manifestazioni legate al “Niballo” Palio di Faenza. Questa struttura sociale, oggi come in passato, funge da collante per la comunità, contribuendo a mantenere viva una tradizione secolare.
Un patrimonio di identità collettiva
La giostra del Niballo, quindi, non è solo una gara tra cavalieri, ma una vera e propria celebrazione dell'identità collettiva di Faenza. Essa coinvolge non solo i partecipanti diretti, ma l'intera comunità, che si riconosce nei simboli, nei colori e nelle tradizioni dei rioni. Attraverso il Palio, Faenza riscopre il proprio passato e lo proietta nel presente, mantenendo vivo un patrimonio culturale unico che affonda le sue radici nella storia della città.
Questa tradizione, così ricca di significati, continua a rappresentare per Faenza un momento di grande aggregazione, in cui il passato e il presente si incontrano, alimentando un senso di appartenenza che unisce generazioni e rafforza il legame con il territorio.
Le origini mitiche
La celebrazione del palio a Faenza si configura come un rito che, pur attraversando secoli di storia, conserva intatta la propria capacità di evocare un immaginario ricco di rappresentazioni e significati. L'analisi delle sue origini, seppur limitata dalla frammentarietà delle fonti medievali, permette di delineare un profilo genetico della manifestazione che affonda le radici in un mondo dominato dagli ideali cavallereschi e dalla cultura cortese.
Radici cavalleresche e influssi culturali
L'origine del palio faentino si lega indissolubilmente all'immaginario cavalleresco medievale, uno spazio metaforico in cui convivono forza, valore, e un sistema di virtù ispirato agli ideali della cultura cortese, che trova nell'area padana un terreno fertile per una rielaborazione originale, complice la posizione strategica della città lungo l'asse commerciale della via Emilia. L'età medievale assiste al consolidarsi di una cultura intrisa degli ideali della cortesia e della lealtà, riversata dalle corti francesi. Questi valori trovano espressione nella letteratura epica e nella poesia trobadorica, ma anche nelle pratiche sociali e cerimoniali delle élite europee. Attraverso i feudi, le corti rurali e i piccoli principati, tali modelli culturali approdano fin alla pianura padana, grazie al ruolo di mediazione giocato da circuiti politici e culturali locali, oltre che dai flussi economici. Queste fertili contaminazioni culturali, specie nelle città e nei territori che gravitavano intorno ai centri di Bologna, Ferrara fino alla Romagna faentina e cesenate, sottolineano il ruolo strategico della via Emilia, quale arteria vitale per i traffici commerciali e per la diffusione delle idee, crocevia di incontri tra Nord e Sud Europa. Lungo questa direttrice, i contatti tra la cultura d’oltralpe con quella del Nord Italia non si limitano agli scambi materiali, ma si estendono a un vivace intreccio intellettuale e artistico. In modo particolare, la posizione della Romagna lungo la via Emilia e la sua prossimità ai porti adriatici favoriscono scambi frequenti con le regioni transalpine.
Bologna, Ferrara, Ravenna e, in qualche modo, la stessa Faenza fungono da snodo di traffici e di relazioni che si consolidano con tutta l’area del Mediterraneo, in cui i gusti e gli ideali d'oltralpe vengono assimilati e rielaborati in una sintesi unica. L'incontro tra queste culture si traduce in una rielaborazione originale che arricchisce il panorama culturale della Romagna. Gli ideali cavallereschi filtrati dal nord Europa, grazie alla stabilizzazione di famiglie di origine tedesca, come ad esempio accade con i Manfredi a Faenza, sono reinterpretati alla luce delle specificità locali, dando vita a manifestazioni della vita urbana che incorporano gli ideali di forza e lealtà; nutrendo le arti decorative e la letteratura, caratterizzate da un'eleganza che richiama i modelli francesi e di area germanica, ma arricchite da un senso pratico e simbolico tipico della tradizione regionale; risvegliando riti civici e religiosi, che mescolano spettacolarità del potere e devozione popolare, rafforzando il senso di appartenenza al tessuto comunale.
In questo contesto, feudi, corti rurali e centri cittadini divengono luoghi di elaborazione culturale e politica in cui gli statuti cavallereschi si fondono con le virtù civili e teologali, che caratterizzano la civiltà comunale italiana: la prudenza, la giustizia, la magnanimità e la temperanza, accanto alla fede, alla speranza e alla carità consolidano, in un intreccio profondo nella gente, un nuovo modello di celebrazione pubblica, capace di esaltare non solo il valore individuale ma anche la coesione e l'identità collettiva.
Il contesto comunale e la centralità dell'orgoglio civico
Nell'età dei Comuni, le manifestazioni pubbliche come il palio si inseriscono in un programma ideologico preciso, pensato per consolidare l'identità civica: non sono semplici momenti di festa, ma veri e propri strumenti di rappresentazione e propaganda, capaci di esaltare il prestigio urbano e di rinsaldare i legami sociali.
La spettacolarità diffusa, cifra della cultura comunale del tardo Medioevo e del Rinascimento, si fa così vettore dell’esibizione dell'orgoglio comunale, espresso attraverso la partecipazione corale di tutti o quasi i ceti sociali. Il palio, in questo quadro, non solo celebra le virtù signorili della cavalleria e dell’aristocrazia, ma traduce in forme visibili e condivise il senso di appartenenza a una comunità che si coagula intorno alla famiglia più incidente sull’assetto dell’ordine politico e amministrativo del territorio.
2. La Giostra del Barbarossa: alle origini del palio
La tradizione popolare faentina, radicata negli spettacoli pubblici e nei giochi cavallereschi, trova la sua più antica attestazione nel Chronicon faventinum del Tolosano. Questa fonte autorevole riporta un evento risalente al gennaio 1164, quando l’imperatore Federico I Barbarossa, ospite dei nobili Enrico e Guido Manfredi, ordina una quintana per verificare l’abilità dei faentini nell’arte militare. L’evento si tiene in un luogo noto come Broylo, che il cronista Giovanni Battista Borsieri (1725 – 1785) – basandosi sugli studi di Ludovico Antonio Muratori – colloca nell’attuale via Baroncini. Questo spazio, circondato da mura e adiacente ai possedimenti dei Manfredi, è descritto come un orto coltivato con prata vel plantae fructiferae, un ambiente ideale per gli esercizi cavallereschi.
Le restrizioni ecclesiastiche e il contesto religioso
La giostra si svolge nel rispetto delle disposizioni della Chiesa, che, come ricorda il Chronicon faventinum, proibisce i tornei con armi reali in base alle decisioni dei concili. Già nel Concilio di Clermont (1130), Innocenzo II emette un divieto contro le competizioni armate, descritte come "detestabiles ferias et mercatus, vulgo torneamenta nuncupatas, in quibus milites convenire solent ad ostentandam suam virtutem et temeritatem impetuosam". Successivamente, i Concili Lateranensi II (1139) e III (1179) ribadiscono tale proibizione. Durante la quintana faentina, dunque, si utilizzano armi di legno, conformemente alle normative ecclesiastiche, che mirano a ridurre i rischi di violenza e spargimenti di sangue.
Esercizi militari e impegno politico
Le manifestazioni cavalleresche a Faenza non sono solo intrattenimento, ma anche un’occasione per prepararsi militarmente. Faenza, schierata con il partito imperiale, è coinvolta nelle lotte tra il Barbarossa, suo figlio Enrico e i loro oppositori lombardi. Nel Chronicon si sottolinea la partecipazione della città alla Lega Lombarda e alla firma della pace di Costanza nel 1183. Questi eventi testimoniano come le competizioni cavalleresche, pur essendo esercizi di abilità, abbiano un ruolo strategico nella formazione militare.
Dimensione religiosa e solennità liturgiche
Accanto agli esercizi militari, Faenza si distingue per un ricco calendario di celebrazioni religiose. Il Chronicon faventinum cita le festività legate all’Assunzione di Maria e ai santi locali, come San Savino, San Terenzio, San Pier Damiani e Santa Umiltà. Tra le più significative, la solennità di San Pietro del 1184 è ricordata da un’iscrizione lapidea sulla cattedrale manfrediana. Durante questa occasione, Papa Lucio III concede l’indulgenza plenaria ai pellegrini penitenti, proclamando la "Indulgentiam plenariam omnibus peregrinis poenitentibus concedimus, si infra duodecim dies plebem Sancti Petri visitaverint".
Le celebrazioni religiose si concludono spesso con corse di cavalli, giostre e pali, manifestazioni che combinano devozione e spettacolo. Il Chronicon faventinum li descrive come espressioni di abilità, ma anche come strumenti simbolici per riaffermare l’identità comunitaria e i valori cavallereschi: "Ludus iste non tantum habilitatem, sed etiam virtutem moralem civium commendat."
Il Legame tra storia e contemporaneità
La Giostra del Barbarossa, così come descritta nel Chronicon faventinum, non è solo una tradizione storica, ma una testimonianza vivente del passato glorioso di Faenza. Attraverso la rievocazione di questi eventi, la città riafferma il proprio ruolo di custode di una cultura che intreccia storia, fede e spettacolo, consolidando il senso di appartenenza della comunità e il legame con le sue radici.
3. I Palii Devoti. La rinascita dei culti di santi e madonne a Faenza
Il Beato Nevolone e la Madonna dell’Assunta
La famiglia dei Manfredi, di origine germanica, nel corso del XIII secolo non occupa ancora una posizione centrale nella gestione del potere cittadino, ma inizia già a consolidarsi nelle élites politiche ed economiche che esercitano il controllo su ogni ambito della vita urbana. Dopo la morte dell’imperatore Federico II (1250), le tensioni politiche si intrecciano alle rivalità familiari. Da un lato, si osservano le mire espansionistiche della Chiesa romana sulla Romagna; dall’altro, emerge la capacità dei Manfredi di allinearsi strategicamente alla parte guelfa, con una particolare attenzione al Faentino e alla Val di Lamone, regione che si estende fino ai contrafforti appenninici toscani. Questo schieramento si contrappone apertamente agli Accarisi, al timone della fazione ghibellina di Faenza. La polarizzazione politica si riflette nella geografia urbana, con la fazione guelfa concentrata nei rioni di Porta Ponte e Porta Ravegnana, e quella ghibellina nei rioni di Porta Imolese e Porta Montanara, generando aspri conflitti che trovano il loro epicentro nelle lotte tra famiglie aristocratiche.
Con l’avvento del Trecento, i Manfredi assumono un ruolo sempre più preminente nel processo di ricomposizione sociale della città. Nel 1313 Francesco Manfredi (1260-1343), considerato il fondatore della Signoria, viene nominato guida del popolo di Faenza in qualità di capitano. Tuttavia, la città rimane segnata da profonde tensioni interne al ceto dirigente, benché si assista all’emergere di una solida organizzazione civica basata su compagnie armate, che contribuiscono a strutturare la vita politica e sociale dell’intero territorio romagnolo.
La capacità della consorteria manfrediana di incidere nei vertici decisionali e nei vari settori della politica cittadina si radica nel consenso ottenuto dal ceto medio-alto, il quale vede nella signoria un’opportunità di partecipazione alla gestione della cosa pubblica. Questo consenso viene sancito in modo emblematico dal monumentale ordinamento statutario del 1410-1413, voluto da Gian Galeazzo I Manfredi, figlio di Astorgio I. Tale corpus normativo non solo rappresenta un raffinato esempio di riforma del diritto pubblico, ma si configura come un mezzo per rafforzare il controllo statuale e per promuovere l’aggregazione sociale attorno alla figura del signore. Le riforme statutarie non si limitano all’aspetto giuridico, ma comprendono anche un rinnovamento delle cerimonie e delle festività civiche, simboli dell’ostentazione del potere e delle gerarchie sociali.
Tra queste celebrazioni, assumono particolare rilievo le feste religiose, come quella dedicata al Beato Nevolone Eremita (morto il 27 luglio 1280), laico e ciabattino, la cui memoria viene perpetuata dalla «sodalitas sutorum», la confraternita dei calzolai di Faenza, che ne rivendica il patrocinio sin dal 1331. La canonizzazione ufficiosa di Nevolone, sancita solo nel 1817 da papa Pio VII, evidenzia la dimensione liturgica e popolare del culto, rafforzata da competizioni rituali tra i rioni cittadini. Come documenta Giulio Cesare Tonduzzi nelle sue Historie di Faenza (1675, p. 620), nel maggio 1536 una processione, svoltasi fuori Borgo Durbecco presso Santa Lucia delle Spianate, un atto di devozione collettiva che, al di là della sua dimensione puramente religiosa, assume il carattere di una ritualità catartica e propiziatoria, finalizzata a consolidare l’ordine comunitario e a scongiurare le potenziali conseguenze di disordini e scandali precedenti. In questo senso, la processione e il contestuale conflitto per il possesso del gonfalone non solo incarnano un momento di rivalità tra i rioni cittadini, ma appaiono anche come un sottile meccanismo di risoluzione simbolica delle tensioni sociali che avevano scosso il tessuto urbano.
Altrettanto significative sono le celebrazioni mariane, come quella dell’Assunta il 15 agosto. In tale occasione si svolgevano corse di cavalli berberi, i cui vincitori venivano premiati con un drappo di raffinato panno verde, dal valore di 45 bolognini al braccio.
Una testimonianza epistolare del 6 agosto 1479, indirizzata da Galeotto Manfredi a Lorenzo de’ Medici, contiene la richiesta di 25 braccia di «brazza XXV raxo carmisino», un pregiato raso scarlatto destinato alla confezione del drappo per il vincitore. Questi elementi riflettono un fenomeno culturale più ampio, in cui la religiosità popolare si intreccia con le strategie di rappresentazione del potere, creando un legame indissolubile tra dimensione sacra e profana.
Le celebrazioni, dunque, lungi dall’essere semplici eventi religiosi, divengono strumenti di auto-rappresentazione delle élites, ma anche spazi di competizione sociale, dove il potere si manifesta in una spettacolarità capace di coinvolgere l’intero corpo cittadino. Come suggerisce l’adagio medievale, «Ubi societas, ibi ius» (dove c’è società, lì c’è diritto), le feste civiche e religiose fungono da specchio delle dinamiche politiche e giuridiche, rendendo il culto dei santi e della Madonna un fondamentale veicolo di legittimazione politica e coesione sociale.
4. Il Palio di San Pietro: contaminazioni profane e religiose
La Cattedrale di Faenza e il culto di San Pietro
La cattedrale di Faenza, dedicata a San Pietro, principe degli apostoli, rappresenta uno dei massimi esempi dell'architettura rinascimentale in Romagna. La sua costruzione, avviata nel 1474 su progetto di Giuliano da Maiano, si concluse non prima del 1515, con la consacrazione ufficiale al culto di San Pietro avvenuta nel 1581.
La più antica attestazione che ci sia giunta riguardante San Pietro quale celeste patrono della città risale all'anno 1136. Tale testimonianza, avvolta nel fascino austero dei secoli, sancisce l'elevazione del Principe degli Apostoli a custode e intercessore della comunità cittadina, inscrivendosi nelle pieghe della storia con la solennità propria degli eventi sacri. Essa ci rivela non solo un legame devozionale, ma altresì un riconoscimento ufficiale, che illumina l'intimo intrecciarsi tra fede e vita civica, rendendo manifesta la protezione divina come presidio e guida nella temporalità umana. E attorno alla sua solennità si svilupparono le più raffinate manifestazioni della classe dirigente, caratterizzate da una forte valenza spettacolare.
Gli Statuti di Faenza, riformati e approvati nel 1527 da Papa Clemente VII, testimoniano l’importanza delle celebrazioni dedicate a San Pietro e San Paolo, includendo specifiche disposizioni riguardanti il Palio:
«[...] in occasione delle suddette festività, si possa svolgere un palio dagli introiti delle gabelle della comunità di Faenza attraverso il concorso dei Signori Anziani, per un valore non superiore a 25 lire bolognesi per ogni palio; il quale deve essere disputato da cavalli e fantini, non meno con cavalle e barberi, e che tutti coloro che devono correre nel giorno della festa dopo il vespro e dopo il terzo suono della campanella della Torre Comunale debbano essere pronti a correre, recandosi al luogo stabilito, dove la corsa sarà assegnata dai Signori Anziani, e a quel luogo devono essere ordinati dal milite del Signor Podestà, a cui devono obbedire in questo, o se ci fosse discordia, possano essere designati luoghi alternativi, e, dato il segnale, debbano correre, e al primo fantino che arriva venga assegnato e consegnato il premio».
(Magnificae Civitatis Faventiae Ordinamenta novissime recognita et reformata, 1527, lib. VII, Rub. I, p. LXIII)
L’archetipo del palio faentino
Il Palio di Faenza si distingue per la sua derivazione culturale e simbolica. Non corrisponde al tipico torneamentum o astiludium, dove ci si contendeva un palium o bravium, ma più frequentemente è rappresentato da corse di soli cavalli berberi, tradendo un evidente rapporto con la tradizione tosco-laziale. In quest'area geografica, città come Roma, Firenze e Pistoia celebravano gare equestri di grande risonanza, spesso senza fantini.
Nel 1593, «per parte della Comunità di Faenza [fu] supplicato Mons. Alessandro Glorieri Commissario et Visitatore Apostolico nella Provincia di Romagna» di confermare la possibilità di organizzare il Palio in occasione della solennità di San Pietro. La richiesta fu accolta:
«…nel giorno della solennità di S. Pietro Capo delli Apostoli et Titulo di questa Chiesa Cattedrale, far correre da barberi cavalli un Palio…».
(Archivio di Stato di Ravenna, Sezione di Faenza, Magistratura del Castello di Russi, Quaderno terzo per il novo campione di Faenza, racc. II, ins. I)
Festività profane e religiose: intersezioni culturali
Le celebrazioni faentine intrecciavano elementi sacri e profani. Gli atti di obbedienza e di oblationes (omaggi alla Madonna e ai santi più venerati, come Martino, Terenzio e Nevolone) coinvolgevano autorità comunali, corporazioni e consoli delle arti in ordinati cortei. Tali momenti si accompagnavano a festività nuziali, come nel caso del matrimonio tra Costanza Varano e Carlo Manfredi (9 agosto 1471), o a celebrazioni carnevalesche, tra cui spicca la giostra al Saracino o al Moro:
«…torniamento di giostra all’inquintana, promettendo al vincitore in segno di gloria riconoscimento di premio…».
(Arch. di Stato di Ravenna, Sez. Faenza, Atti Municipali, vol. XX, fol. 175, 3 gennaio 1602)
Questa giostra prevedeva un bersaglio mobile rappresentante un soldato islamico con fattezze orientali, evocando la tradizione della giostra al Saracino. Nella Faenza post-manfrediana e papalina, il Saracino era descritto come «un fantoccio con abiti saracineschi…», bersaglio di cavalieri che, lanciandosi a tutta velocità, cercavano di colpirlo con la lancia:
«…il colpo di maggiore bravura era quello di fare stella, cioè di colpire il Saracino in mezzo alla fronte…»
(F. Consolini, Cronaca contemporanea di Brisighella dall'anno 1850 all'anno 1883, 1884)
Influssi culturali e storici: tra Oriente e Occidente
La giostra al Saracino riflette l'immaginario collettivo modellato dai conflitti tra cristianità e mondo musulmano. Questi contrasti, drammaticamente vissuti in area adriatica, trovano eco nella memoria popolare e nelle celebrazioni rituali. La propaganda anti-ottomana si intensificò a partire dalla seconda metà del Quattrocento, alimentata dalla vittoria cristiana nella battaglia di Lepanto (1571).
L'interesse per la civiltà ottomana si riflesse in un'abbondante produzione storiografica, con opere come il Libro della origine de’ Turchi e imperio delli Ottomani di Andrea Cambini (Firenze, 1528), il Commentario de le cose de’ Turchi di Paolo Giovio (Roma, 1531), e L’Ottomanno di Lazzaro Soranzo (Ferrara, 1598). L’iconografia del Saracino e i riferimenti ad Annibale traggono spunto da questa tradizione culturale.
Emblematico è il riferimento alla coppa maiolicata conservata nel Museo di Arte Medievale e Moderna di Arezzo, dove Annibale è rappresentato con la dicitura «ANIBALLO», un termine popolare nella letteratura epico-cavalleresca dal Quattrocento in poi. La forma «ANIBALLO», infatti, è frequentissima dal Quattrocento in poi grazie alla diffusione in area padana della letteratura epico-cavalleresca, dal Morgante di Luigi Pulci in avanti. Vale la pena evidenziare altresì che nella coppa di Arezzo Annibale non è ritratto nelle fattezze del moro ma come un soldato, probabilmente calcando la circolazione letteraria che ebbe sin dalla seconda metà del Trecento nell’opera anonima latina di storia romana Romuleon, attribuita a Benvenuto da Imola: un’opera grandiosa di largo successo europeo, sul modello dell'Eneide di Virgilio, che in diversi esemplari manoscritti come quello confezionato a Brugges e oggi conservato nella British Library di Londra, in una splendida miniatura del 1480, lo vede raffigurato quale vincitore delle superbe legioni di Roma preceduto da un alfiere, in sella alla testa del suo esercito, in fattezze tipicamente belliche. Senza dire dei volgarizzamenti di Tito Livio o ancora dei profili del mito del condottiero che in età umanistica vengono tratteggiati nella galleria degli uomini illustri petrarcheschi, dei volgarizzamenti di Valerio Massimo, fino al Machiavelli, o delle contaminazioni tra le arti, che nel corso del Cinquecento esaltano quelle applicate e decorative, in modo particolare della ceramica.
Il Palio di Faenza: evoluzione e persistenza
Il Palio faentino si corse fino al 1796, prima di essere interrotto con l'arrivo delle autorità napoleoniche. Tuttavia, le celebrazioni continuarono almeno fino al 1862. Oggi il Palio è ricordato con il nome di Niballo, richiamando Annibale e il mito del condottiero. La sua eredità si riflette nelle contaminazioni tra sacro e profano, nella fusione tra cultura popolare e tradizione storica, e nella celebrazione dell'identità cittadina attraverso riti che trascendono i confini temporali e spaziali.
L’annibalismo simbolico: eroismo e identità
La tradizione cavalleresca, prolungatasi con il suo intreccio di virtù eroiche, simbolismi e spettacolarità fin nel Quattrocento, trova nell’area romagnola un terreno particolarmente fertile, dove il passato epico e le aspirazioni contemporanee si fondono in un dialogo complesso e affascinante. Al centro di questa sintesi spicca la figura di Annibale, che diviene simbolo centrale in molte manifestazioni locali, cariche di un immaginario al tempo stesso bellicoso e mitico.
Il richiamo ad Annibale, grande stratega e condottiero cartaginese, non è casuale. La Romagna, terra di confine e di forti signorie, trova in questa figura un’eco delle sue stesse lotte, un simbolo della resilienza contro il nemico e dell’astuzia strategica come virtù suprema, una traccia, quella del condottiero cartaginese, che attraversa i secoli della memoria storica e ci riconduce alla narrazione di Tito Livio, che scolpiva il condottiero cartaginese nelle sue eccezionali virtù e nei suoi vizi ancora più grandi:
«Has tantas viri virtutes ingentia vitia aequabant, inhumana crudelitas, perfidia plus quam Punica, nihil veri, nihil sancti, nullus deum metus, nullum ius iurandum, nulla religio».
«A tanto grandi qualità corrispondevano altrettanto grandi vizi: crudeltà disumana, perfidia più grande dei suoi concittadini, non c'era in lui niente di vero, niente di sacro, nessun timore degli dei, nessun rispetto dei giuramenti, nessuno scrupolo».
Tito Livio, Il ritratto di Annibale, (Ab urbe condita, XXI 4, 9)
La figura del saraceno, per di più, nella sua trasfigurazione annibalica, assume un duplice ruolo: se per un verso incarna il nemico, l’avversario da sconfiggere, per un altro e in modo più potente e corretto rappresenta il portatore di un’alterità degna di rispetto e celebrazione, che esalta indirettamente le qualità dell’eroe cavalleresco di antica memoria.
Le famiglie gentilizie che organizzano tali eventi sfruttano la potenza evocativa del fantoccio del saraceno per ribadire il loro ruolo di custodi della tradizione cristiana e garanti dell’ordine. La magnificenza delle celebrazioni, con i loro apparati musicali, i costumi sfarzosi e i colori simbolici, non fa che amplificare questo messaggio. Ogni dettaglio, dal cartello di sfida alla simbologia dei nomi assunti dai cavalieri, contribuisce a una narrazione in cui il passato epico dialoga con il presente, celebrando al contempo l’abilità individuale e la coesione comunitaria.
Il fantoccio del saraceno Annibale: rito e spettacolo
Nel cuore del palio faentino, il profilo di Annibale, fisicamente legato più al gruppo etnico autoctono dei berberi dell'Africa del nord, con tratti somatici vicini alle fattezze fenicie o delle popolazioni medio orientali dell’area mediterranea, come potrebbe essere oggi un siciliano, un palestinese o un israeliano, ma culturalmente di impronta ellenistica sebbene ricondotto nella composizione multietnica della realtà punica e barcide, diventa un protagonista iconico, simbolo tangibile di un confronto epico che supera la mera competizione fisica. Il profilo della macchina Niballo, adornato e volutamente modellato sulle sembianze del saraceno o moro, non è solo un bersaglio per i cavalieri ma anche il fulcro di una rappresentazione allegorica, un punto di convergenza per le tensioni narrative e simboliche che permeano l’evento.
L’apparato scenografico che accompagna queste manifestazioni è grandioso e curato nei minimi dettagli. Il saraceno Annibale, collocato al centro di una macchina scenica elaborata, simboleggia l’ostacolo da superare, la sfida da affrontare non solo con la forza, ma anche con l’ingegno. La sua caduta, simulata con effetti teatrali attraverso l’inchino della testa e il braccio, colpito quale bersaglio, che si solleva, rappresenta il trionfo della virtù cavalleresca sull’inganno e sulla barbarie, riecheggiando le gesta epiche dell’eroismo antico.
L’eredità annibalica nella cultura faentina
La centralità del simbolismo annibalico nella rievocazione faentina sottolinea il ruolo di queste manifestazioni come strumenti di costruzione e consolidamento dell’identità culturale locale. In un’Italia costituita primariamente da un sistema di territori cittadini, la riscoperta dell’antico e, in modo particolare, del Medioevo, non è solo un elemento folklorico, ma anche un veicolo per riaffermare valori come il coraggio, l’onore e l’appartenenza.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia attraversa un periodo di ricostruzione non solo materiale, ma anche culturale. La devastazione del conflitto e le trasformazioni politiche portano a un profondo bisogno di riscoprire e riaffermare le radici identitarie, sia a livello nazionale che locale. Le comunità locali diventano il fulcro di un processo di consolidamento culturale che cerca di ricomporre la trama di un Paese frammentato.
Nel contesto del secondo dopoguerra, le tradizioni locali acquisiscono un ruolo centrale nella ricostruzione dell’identità culturale. Feste religiose, sagre popolari, palii e rievocazioni storiche vengono riscoperti e valorizzati come strumenti di aggregazione sociale e simboli di continuità con il passato: manifestazioni che permettono alle comunità di riaffermare la propria unicità, rafforzando i legami interni e l’orgoglio locale.
5. Un ponte tra epoche: l’Annibale eterno
Così, il Niballo non è solo un espediente ludico, ma un potente strumento culturale che intreccia mito e realtà, passato e presente. In lui si riflettono le tensioni e le aspirazioni di un’epoca: la nostalgia per un eroismo ormai distante, la necessità di una celebrazione collettiva che unisca le genti sotto la bandiera della tradizione e la volontà di perpetuare il senso di appartenenza attraverso il linguaggio universale del simbolo.
Il Palio faentino, con il suo spettacolo ricco di rimandi al passato, resta ancora oggi una testimonianza vibrante di come la storia possa essere reinventata e resa viva.
Nella tradizione cavalleresca e nelle manifestazioni legate alle giostre, il tema del "nemico" ha storicamente rappresentato un fulcro narrativo e simbolico. Tuttavia, nell’interpretazione faentina di queste pratiche, si assiste a un’evoluzione significativa: la figura del moro Annibale, inizialmente concepita come emblema dell’alterità e della minaccia, si trasforma progressivamente in un simbolo più complesso, carico di ambivalenze.
Annibale, con il suo genio strategico e il suo spirito indomabile, non è più solo il "diverso" da sconfiggere, ma diventa una figura che incarna valori universali di astuzia, resistenza e leadership. Questo passaggio riflette una maturazione culturale che supera la dicotomia rigida tra "noi" e "loro", tra il cavaliere virtuoso e il nemico da abbattere. Invece di rappresentare esclusivamente l’opposizione, Annibale diviene un punto di convergenza, un simbolo che invita alla riflessione sulla complessità dell’altro e sull’importanza di valorizzare ciò che ci unisce piuttosto che ciò che ci divide.
L’inclusività del Palio di Faenza: una celebrazione comunitaria
Un esempio particolarmente significativo di questa evoluzione simbolica e culturale è il Palio del Niballo di Faenza, una delle manifestazioni rievocative più importanti d’Italia. Qui, la figura del moro, benché ancora rappresentata come il bersaglio principale nella competizione, si inserisce in un contesto che privilegia la celebrazione comunitaria e la partecipazione collettiva.
Il Palio di Faenza non si limita a rievocare un passato di conflitti e contrapposizioni, ma diventa un’occasione per unire la città in una festa che coinvolge i cinque rioni storici: Borgo Durbecco o Porta delle Chiavi, Porta Imolese (Rione Rosso), Porta Montanara (Rione Verde), Porta Ravegnana (Rione Nero) e Porta Ponte (Rione Giallo). Ogni rione, pur entrando in competizione con gli altri, è parte integrante di un unico tessuto sociale e culturale. Questo spirito inclusivo trasforma il tema del confronto in un’esperienza di condivisione, dove l’identità locale si rafforza attraverso la partecipazione.
Annibale e la riflessione sull’alterità
La figura del moro annibalico, in questo contesto, diventa il catalizzatore di un messaggio più ampio. Non è più il nemico da colpire, ma un simbolo che permette di riflettere sull’incontro con l’altro, sulla capacità di affrontare le differenze senza distruggerle, bensì integrandole in un processo di crescita reciproca. La scelta di utilizzare il fantoccio del saraceno come elemento centrale del palio assume così una valenza quasi pedagogica, insegnando che il confronto, se vissuto con rispetto e consapevolezza, non deve portare all’annientamento dell’altro, ma alla valorizzazione delle sue qualità.
Un palio per tutti: valori universali e contemporaneità
Il Palio di Faenza, nella sua moderna incarnazione, è quindi un esempio di come una tradizione radicata nel passato possa parlare al presente, veicolando messaggi di inclusività e rispetto. Le competizioni tra rioni, pur mantenendo la loro carica agonistica, sono vissute come un’occasione per rafforzare i legami comunitari. Le celebrazioni, ricche di costumi, musica e rievocazioni della storia civica, coinvolgono cittadini di ogni età e provenienza, abbattendo le barriere tra generazioni e gruppi sociali.
Questa capacità di integrare la tradizione con i valori moderni fa del Palio di Faenza un modello unico, in cui l’eredità del passato non è solo custodita, ma reinterpretata per promuovere una società più coesa e aperta. La figura di Annibale, da nemico a simbolo, diventa così una metafora potente della possibilità di trasformare il conflitto in dialogo, l’alterità in ricchezza e il passato in uno strumento per costruire un futuro più inclusivo.
Il valore simbolico del cavallo e del cavaliere
Nel microcosmo del Niballo, il cavallo e il cavaliere assumono un valore che trascende il mero aspetto sportivo, diventando icone viventi di una tradizione culturale, simbolica e sociale radicata nei secoli. Il palio, riconosciuto nel passato su pronuncia del Consiglio degli Anziani, oggi dal podestà della giostra, non rappresenta tanto un premio materiale quanto un’investitura simbolica. Il drappo scarlatto, che richiama il martirio di Pietro, insieme alla porchetta e al gallo speziato così come si legge negli antichi statuti della città, non arricchisce economicamente il vincitore, ma lo consacra nell’immaginario collettivo come figura di prestigio.
Il cavaliere è il custode di un’eredità cavalleresca che riflette i valori della società medievale e rinascimentale e riverberano fino a noi: destrezza, disciplina, precisione e armonia tra corpo e spirito. Egli è il depositario di antichi codici d’onore, un’intersezione tra l’estetica e l’etica dell’uomo rinascimentale. La sua abilità di colpire con maestria il bersaglio moresco simboleggia non solo la perizia tecnica, ma anche il controllo degli istinti, il dominio su sé stesso e sull’animale che guida, incarnando l’ideale umanistico della consonanza tra bellezza, virtù e nobiltà d’animo.
Il cavallo, da parte sua, è molto più che un mero strumento. È il compagno inseparabile, una figura che simboleggia forza, lealtà e dinamismo. L’abbinamento tra cavallo e cavaliere è una vera arte: un cavallo troppo irrequieto o difficile da gestire riflette simbolicamente un’umanità incapace di governare le proprie pulsioni. Al contrario, un destriero docile ma potente diventa il simbolo della sinergia perfetta tra uomo e natura, un rapporto che si manifesta nella tensione estetica del loro movimento, nel costume del cavaliere e nei paramenti del cavallo, in un tripudio di colori e gesti che rimandano a un universo iconografico stratificato.
Alessandro Massari Malatesta, nel suo Compendio dell’heroica arte di Cavalleria (1600), descrive questo esercizio come un progressivo impeto verso «quel segno o bersaglio, nel quale il cavaliere, venendo con impeto, nel correre con l’armi, s’aggiusta». La corsa del cavaliere è, dunque, la rappresentazione di un itinerario simbolico verso il perfezionamento di sé, un gesto che unisce virtù militari e valori civili, in perfetta consonanza con l’ideale cavalleresco.
Il Niballo oggi
I protagonisti indiscussi della giostra di Faenza restano il cavallo e il cavaliere, uniti in un’azione sinergica che celebra un’arte antica e al contempo viva, capace di attirare un pubblico sempre più numeroso. La preparazione necessaria per affrontare il Palio è il frutto di un lavoro incessante: il cavaliere si allena quotidianamente, affinando la precisione e la velocità necessarie per colpire il bersaglio del Niballo, mentre il destriero viene addestrato con cura per garantire la massima affidabilità in gara.
La sfida si svolge lungo una pista a ferro di cavallo di circa 150 metri, culminando in un rettilineo brevissimo che il cavallo percorre in pochi secondi. È qui che il cavaliere deve dimostrare la propria perizia, colpendo con la lancia il bersaglio posto sui bracci del simulacro moresco. Le otto tornate della competizione richiedono una combinazione di resistenza fisica e nervi saldi, rendendo il Niballo una delle giostre più impegnative e prestigiose in Italia.
Le scuderie rionali, cuore pulsante della preparazione, sono attive tutto l’anno presso il moderno Centro Civico Rioni, messo a disposizione dall’amministrazione comunale. Un elemento distintivo del Niballo è l’obbligo che i cavalieri siano residenti a Faenza e che i cavalli appartengano al rione per cui gareggiano. Questo regolamento, unico nel panorama dei palii italiani, ha contribuito a creare una scuola equestre locale che si è guadagnata fama e riconoscimenti a livello nazionale.
Tradizione e innovazione: un’eredità che vive tutto l’anno
Il Niballo non si esaurisce nella competizione di giugno, ma scandisce l’intero calendario faentino, arricchendo la vita della città con eventi di grande valore simbolico e comunitario. Le celebrazioni si aprono ufficialmente il secondo sabato di maggio con la Donazione dei Ceri, un rito che lega passato e presente, sacro e profano.
La chiusura del ciclo annuale avviene il 5 gennaio con la Nott de Bisò, un evento che simboleggia la rinascita e il rinnovamento attraverso il rogo del grande fantoccio saraceno in Piazza del Popolo. Durante questa notte, i rioni si trasformano in oasi gastronomiche, offrendo ai visitatori piatti tradizionali e il celebre bisò, vin brûlé servito nei tipici gotti in ceramica. Questo rituale di festa, che unisce folklore, convivialità e tradizione, è l’emblema dello spirito comunitario di Faenza.
Un simbolo eterno
Il Niballo, con la sua carica simbolica, rappresenta molto più di una competizione equestre: è il cuore pulsante di una città, una celebrazione dell’identità collettiva che unisce storia, cultura e passione in una sinfonia di emozioni. In questa sfida, il cavallo e il cavaliere incarnano non solo il passato glorioso di Faenza, ma anche il suo futuro, una tradizione che continua a vivere e a rinnovarsi, mantenendo intatta la propria capacità di stupire ed entusiasmare.
Bibliografia
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Zama Piero, I Manfredi, Faenza, Lega, 1954
Fonti
A questo link si può scaricare il PDF redatto da Michele Orlando con gli approfondimenti sulle fonti storiche del Palio.
Autore
Michele Orlando dedica i suoi studi alla civiltà e alle tradizioni letterarie dell’Umanesimo e del Rinascimento, con particolare attenzione alla storiografia. Dottore di ricerca in Italianistica, ha partecipato a diversi convegni e congressi storici nazionali e internazionali e insegna materie letterarie nella scuola secondaria di primo e secondo grado.
Approfondimento sulle Fonti storiche - bando LR 3/2017 anno 2024
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