Madri, mogli e figlie? La condizione femminile nel medioevo faentino

Un po’ ci perdiamo il cuore noi maschi. Effettivamente, nella sfilata, le bellezze femminili non passano inosservate. Sarà forse la nostra disabitudine nel vederle ricoperte di velluto in uno dei mesi più caldi dell’anno, oppure il loro fascino: insomma, le donne e le ragazze dei cortei non lasciano certo immobili i nostri pensieri. Eppure, se solo si fa memoria delle nostre nozioni scolastiche, nel medioevo le donne sono ricordate come oggetto di contesa tra i vari cavalieri.
Si, è una visione certo romantica, che ha la sua origine in buona parte della lirica trobadorica, passa per il dolce stil novo e per le donne angelicate (come la Beatrice di Dante), per poi perdersi nell’età moderna e riapparire nell’Ottocento – come un vero revival – nelle raffigurazioni dei preraffaelliti e dei romantici. Ma erano davvero solo oggetto del culto più bello e tremendo, ovvero quello dell’amore?

Oltre le donne angelicate: le prime faentine nei documenti faentini

Il Medioevo femminile riserva molti ed interessanti spunti di riflessione. Partiamo dal primo: scorrendo infatti le cronache, a parte le regine o imperatrici che dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente seguono gli amanti e mariti per le terre di Romagna (l’esempio più noto è quello di Galla Placidia), non troviamo nomi femminili prima dell’anno Mille. La ripresa economica di quel secolo fa letteralmente esplodere la richiesta di terra da lavorare e, anche a Faenza, appaiono le donne assieme agli uomini, perlopiù come beneficiarie, in caso di morte di un congiunto, della terra.
Il 5 maggio 1023 compare infatti davanti all’abate di Santa Maria Foris Portam – oggi conosciuta come Santa Maria Vecchia – un tale Ursone per chiedere per se e “pro jugale mea” (cioè “per mia moglie”) una terra posta nella pieve di Santa Maria in Sarna di proprietà del Monastero dei Benedettini. Il nome di questa prima donna faentina è Bonalda: l’origine del nome è germanica (la fusione di “bon” e “waldaz”, cioè molto potente) e può quindi fare pensare a un’origine teutonica degli avi di questa prima testimonianza.

Di più le nostre fonti non dicono. In altri contratti appaiono altre donne faentine, sempre indicate dai due sinonimi per dire “sposta”, vale a dire uxor o jugale. Ma il 20 febbraio 1184 – il Barbarossa è passato appena diciassette anni prima, accolto nelle case dei Manfredi – troviamo una donna, Fatirata, firmataria di una donazione di una casa posta all’interno della cinta muraria al monastero di Santa Maria Foris Portam: è il primo caso di una donna che compare a Faenza, da sola, davanti ad un notaio per la ratifica di un atto pubblico. Ma proprio questo documento necessita di un maggiore chiarimento. Una condizione faceva sì che la donna potesse esercitare e vantare alcuni diritti: la vedovanza infatti raccoglieva una tradizione giuridica che risaliva alla Bibbia (tanti sono i riferimenti, fra i quali il precetto di Esodo 22, 22-23). Negli statuti delle corporazioni di città vicine, come Bologna, alle vedove, in mancanza di figli pronti a riprendere l’attività del padre e marito defunto, era concesso proseguire la professione. La nostra Fatirata si qualifica come “quondam Henrici uxor” (moglie del defunto Enrico); ed ecco spiegato il perché le è concesso apparire davanti all’abate e firmare la donazione a favore del convento.

Altri sono i casi di donne che appaiono firmatarie di terre o case: si tratta generalmente di donne di ceto intermedio, spesso costrette dal caso (la morte del marito o del padre) ad ereditare i beni e a deciderne la trasmissione. La condizione di vedovanza allora poteva garantire alla donna una certa libertà d’azione, poiché ella era tolta dal controllo maritale (e paterno prima), anche se sono documentanti – per epoche successive, ma nulla vieta di predatare gli eventi – casi e tentativi di fare rientrare le vedove sotto il controllo della famiglia d’origine, ad indicare che la libertà femminile era particolarmente “fragile”.

La donna dei ceti popolari

Nelle famiglie contadine che vivevano tra la soglia di sussistenza e la fame, le donne erano considerate in maniera non dissimile da quello che accadeva negli altri gruppi sociali. L’unione con un vicino faceva sì che la terra diventasse meno piccola – grazie all’unione tra i due poderi – ma questi erano casi di famiglie mezzadrili. Le famiglie di braccianti dovevano invece vivere con maggiore difficoltà, e le figlie femmine erano spesso malviste. Tuttavia le donne partecipavano a tutte le fasi produttive del ciclo lavorativo della terra, e integravano le attività maschili con altri lavori, come la tessitura. Inoltre le donne che lavoravano la terra assieme ai mariti potevano – ed è anche ribadito negli Statuti del 1410 – vendere, tra le altre cose, pollame e uova al mercato cittadino.

Le dame delle famiglie nobiliari

Iulia Bella, iconografia di fine Quattrocento – inizi Cinquecento della donna faentina a cui si rifà parte della ricostruzione storica del corteo.

Nelle famiglie dei nobili, si potrebbe allora pensare che la donna avesse maggiore peso e rilievo. In realtà essa diveniva oggetto di scambio: la trasmissione del sangue – e soprattutto dei liquidi seminali, come sosteneva l’autore più ricordato nel medioevo, Aristotele – avveniva per via paterna. La donna era necessaria per continuare a generare la specie, o per consentire all’uomo un’ascesa sociale: consideriamo che sposare una ragazza figlia di un re o di un principe poteva garantire al nascituro di arrogarsi diritti sul titolo della madre (e l’età del matrimonio era assai bassa, solo il Concilio di Trento a metà Cinquecento imporrà i 12 anni per obbligo). Le donne nobili, vivendo una vita ritirata e pronte allora allo sposalizio, godevano tuttavia di una formazione molto particolare: la storia infatti ci ha raccontato di tante ragazze e donne, seguite da nutrici e precettori, che sapevano leggere e scrivere, suonare e cantare, ma soprattutto abilissime nel ricamo.

La storia infine ci restituisce un ruolo di sposa, madre e moglie, soprattutto nelle cronache, per le nobildonne; gli strati più bassi invece le donne aveva una leggermente maggiore libertà d’azione, e potevano dunque essere titolari di locande o di ostelli, esercitare alcune professioni, decidere – in assenza di maschi – anche del loro futuro e avvenire. Il medioevo allora riserva minore rigidità di quello che le storie raccontano, basta prendere in mano i documenti: certo, era meglio nascere maschi, ma piccoli spazi di manovra per autodeterminare la loro vita potevano essere ricavate anche dalle donne, specialmente dei ceti medi e subalterni.

Mattia Randi

Foto del corteo storico tratte dai partecipanti del contest Instagram #niballoanchio18

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