Per una ri-lettura di un emblema manfrediano: il salasso

L’araldica ha suscitato in me sempre un certo interesse. Ma il patrimonio araldico manfrediano mi ha incuriosito ancor più per essere particolarmente suggestivo nelle figure apparse sulle insegne stemmarie, spesso enigmatiche, evocative del nome di alcuni membri della famiglia o del capostipite o persino di fatti gloriosi, per i motti e per i loro legami con le Sacre scritture, con la letteratura classica o moraleggiante. Chi ha modo di approfondire lo studio dei vari stemmi dei Manfredi, le monete e le ceramiche faentine dell’epoca come anche i vasi da speziale, usati per conservare i semplici (semi, radici e foglie di singole piante medicinali, oli essenziali estratti da singole piante, singoli minerali polverizzati) o i composti (preparazioni galeniche, miscele di oli essenziali per confezionare unguenti e profumi per la persona e anche aromi per la cucina), trova immancabilmente insieme ai simboli associati la figura del rinomato strumento del salasso, che permette il prelievo di quantità a volte anche considerevoli di sangue da un paziente per ridurne l’apporto nelle arterie, secondo una pratica medica accettata e persistita lungo tutto il Medioevo ma documentata a Faenza almeno fino al 1759-60, quando il medico Giovanni Battista Borsieri lo applica in occasione della febbre epidemica che lacera la città. Il salasso è effettuato dal barbiere di una volta, in quanto considerato anche mezzo medico che, oltre ad occuparsi di barba e capelli, opera come ‘cerusico’, tira denti e pratica la ‘sagnatura’, cioè tirava il sangue a chi ne aveva bisogno con dei sistemi e degli strumenti alquanto particolari come coltelletti e lancette che ritroviamo nell’impresa manfrediana.

L’origine del salasso

Nell’opuscolo De minutione sanguinis, sive de phlebotomia,attribuito a Beda il Venerabile (674-715 d.C.), si spiega che il salasso è l’inizio della salute (phlebotomia initium est salutis): rischiara la mente (mentem sincerat), acumina la memoria (memoriam praebet), purga la vescica (vissicam purgat),essicca il cervello (cerebrum exsiccat), scalda il midollo (medullam calefacit), attiva l’udito (auditum aperit),riduce le lacrime (lacrimes stringit), toglie la nausea(fastidium tollit),purifica lo stomaco(ventriculum purificat),favorisce la digestione(digestionem invitat), dispone al sonno (sensum dirigit ad somnum)e si crede renda più lunga la vita(facere longiorem vitam creditur). Al salasso, insomma, la tradizione medica altomedievale — che non manca di recuperare le tracce più remote della storia finanche nelle società arcaiche dei Mesopotamici e degli Egizi — attribuisce importanti effetti benefici sull’organismo. Il termine ‘salassare’trova la sua origine nel latino ‘laxare sanguinem’, ossia ‘far scorrere il sangue’. In realtà, si capirà molto più avanti nei secoli che la pratica del salasso nella medicina umana e veterinaria è da considerarsi quanto di più scorretto tra le pratiche mediche possibili.

Immagine di un salasso, ritratto nel capolettera di un manoscritto inglese del XIV-XV sec.

Il Fasciculo de medicina: il primo libro stampato con illustrazioni anatomiche

Il salasso nel Medioevo è considerato il rimedio a svariati malesseri (asma, emottisi, contusioni, tosse, consunzione, contusioni, convulsioni, crampi, sordità, delirio, epilessia, vertigini, gotta, tosse asinina, idrocefalo, cefalea, intossicazione, sonnolenza, demenza, morbillo, paralisi, reumatismo, sciatica, respiro affannoso e mal di gola) ed è affidato prevalentemente ai barbieri-cerusici come si è detto, gli stessi che si impiegano per ricomporre le fratture e incidere gli ascessi. La pratica del salasso viene altresì attestata dalla circolazione di opere notevoli come quella del medico tedesco Johannes de Ketham, noto anche con il nome di Johannes von Kirchheim o di Hans von Kircheim di Svevia, trapiantato in Italia alla fine del XV sec. ma che pratica a Vienna intorno al 1460: le opere come quelle del Ketham sono arricchite con illustrazioni di figure anatomiche astrologiche, che riportano in modo dettagliato i punti cui applicare il salasso. Sarà proprio l’opera di Ketham, il Fasciculo de medicina, a rivelarsi nel giro di pochi anni una sorta di best seller del genere editoriale, circolando in una traduzione in volgare a opera di Sebastiano Manilio: il monumentale Fasciculus medicinaerisulta tra l’altro utilizzato dal professore come florilegio delle sue lezioni, raccomandandolo ai suoi allievi di medicina dell’Università viennese.

Figura anatomica astrologica, tratta dal trattato medico astrologico di Johannes de Ketham, Fasciculo de medicina, Venezia 1494.

L’opera viene pubblicata per la prima volta per i torchi tipografici di Giorgio da Monferrato nel 1491, ma ben presto riscuote un gran successo, perché i fratelli Ioannes e Gregorius de Gregorijs iniziano una seconda edizione nel 1493. Sotto la guida dello stampatore Sebastiano Manilio, questa seconda edizione viene tradotta in italiano includendo molte altre notevoli differenze: l’aggiunta di quattro nuove immagini, due nuovi testi e la rielaborazione del disegno di cinque delle sei immagini originali. Queste xilografie aggiornate, che mostrano l’influenza di artisti veneziani contemporanei come Giovanni Bellini e Andrea Mantegna, riflettono l’estetica mutevole del periodo. In generale, queste immagini includono figure muscolose e classicizzanti, con particolare efficacia sulle proporzioni, sullo sfondo e sulla prospettiva, facendo risultare così il Fasciculus il primo libro stampato con illustrazioni anatomiche. La traduzione italiana racchiude illustrazioni realizzate con nuovi intagli di legno di qualità superiore rispetto alla vecchia edizione latina, nonché alcune nuove illustrazioni e nuovi testi. Il testo stesso è in realtà una raccolta di brevi trattati medici curata da Ketham, molti dei quali risalgono al periodo medievale. Si intende bene come ad ogni parte anatomica corrisponda un segno zodiacale, accompagnato da una didascalia che chiarisce gli influssi sulla relativa parte anatomica.

Perché i Manfredi hanno scelto un particolare così intenso e sanguinolento?

Scena di un salasso, tratto da: Trattato medico, sec XV, ms Dd.10.68, Cambridge University Library.

L’emblema manfrediano rappresenta, quindi, una ferita aperta e stillante sangue, sovrapposta al temperino del flebotomo per i salassi che, generalmente, risulta ben disegnato, sebbene con qualche variante rispetto ad altri esempi conservati dal tempo, come attesta la bellissima miniatura di un trattato medico ebraico che circola negli ambienti medici padovani del XV secolo, suddiviso in cinque parti, che ascrive l’originaria paternità al rabbino e tosafista francese Isaac ben Joseph di Corbeil (†1280) e si occupa principalmente di medicina e farmacologia, ma anche di esami di astronomia (astrologia) e divinazione; o come illustra pure la raffinata figura miniata nel ‘Codex Schürstab’ (1472), conservata nella Zentralbibliothek di Zurigo.

Salasso, miniatura tratta dal ‘Codex Schürstab’ (1472), Zentralbibliothek, Zurigo.

Nel nostro salasso, quello cioè preso in esame in relazione all’araldica manfrediana, non manca generalmente anche il gallo che canta e la palma fiorita, come viene riprodotto nel medaglione in pietra serena della Pinacoteca comunale di Faenza, entrambi riconducibili al principe Galeotto Manfredi. Sono stati in molti — anche tra gli studiosi locali — a chiedersi come mai Galeotto Manfredi, alla dulcissima Gens Manfreda abbia concesso di assumere nella loro impresa un particolare così intenso e sanguinolento. Il particolare araldico, molto interessante, sollecita alcune brevi riflessioni.

Impresa araldica di Astorgio I Manfredi, sec. XIV, arenaria, cm. 85×70

Il capostipite dei Manfredi: le origini da barbitonsore o chirurgo

L’impresa col salasso è già in uso presso i Manfredi fin dai primi tempi della loro attività politica sul territorio cittadino, ma in modo più marcato dalla fine del Trecento, esibito a ornamento delle insegne militari. Partendo da questa constatazione che vede concordi gli storici, è possibile che l’impresa manfrediana del salasso voglia in modo più ragionevole ricondursi a un ricordo storico-familiare, fissatosi nell’impresa fin dai tempi più remoti. Non scarterei l’ipotesi di un ricordo professionale, riguardante qualche antenato simbolicamente illustrato nella figurazione. Verso il Mille circa, infatti, la famiglia Manfredi — se dobbiamo dar credito al cronista Giovanni de Mussi (Piacenza, sec. XIV-XV) pubblicato dal Muratori — risiede già in Faenza e discende da un giovane e capace cavaliere ‘Manfredi de Regio’, che presso la corte dell’imperatore di Bisanzio Costanzo, nel IV secolo d.C., si innamora e sposa sua figlia Euride, dalla cui stirpe discendono diversi rami, come i Manfredi di Faenza, «de qua Domo descenderunt multi nobiles, sicut … Manfredi de Faventia, qui sunt domini dictæ Civitatis Faventiæ … Omnes isti vocantur filii Manfredi de Regio». Questo personaggio — che innegabilmente si perde tra i veli della leggenda — non è un titolato, ma un barbitonsore o forse un chirurgo, bello di aspetto e fortunato in amore. Da quella felice coppia sarebbero discese illustri famiglie, fra cui proprio quella dei Manfredi di Faenza.

«Qui sic vocantur propter causam istam. Dicitur quod fuit quidam barbitonsor, qui Manfredus vocabatur, qui erat valde, pulcher aspectu et pervenit ad manus eius quædam mulier pulchra valde et aspectu decora, et videbatur tota nobilis, dato quod esset facta omnibus communis» (Chronicon Placentinum, in Rerum italicarum scriptores, vol. 17, col. 565)

A ricordo del capostipite fortunato e intraprendente è molto probabile che sia rimasta impressa proprio la raffigurazione dello strumento più comprensibilmente a lui riconducibile, tramandato appunto nell’impresa manfrediana con la lancetta del salasso, che attesta adesso il chiaro significato storico, accettato e conservato dai Manfredi, anche quando pervengono a una acclarata e robusta potenza sul territorio. Il delicato arnese che il buon Manfredo di Reggio aveva adoperato come chirurgo e presumibilmente deposto dopo le nozze tende a mitizzare quello stesso matrimonio, tanto che Astorgio I lo tiene talmente in serbo che lo vuole inserire nel proprio emblema quale segno identitario di un insigne e vetusto lignaggio.

Un significato, dunque, quello del salasso, che va addolcito e non per forza accostato alla violenza — come è possibile leggere anche sulle pagine ufficiali del sito del nostro Palio del Niballo — riflessa nella «capacità della Signoria di ‘cavar sangue’ a chi si opponeva al loro potere»: mi chiedo se potessero mai i Manfredi eternare un significato così spietato del proprio casato, della propria azione politica e militare, proprio loro, vicari del Papa in terra di Romagna! Mi sembra eccessivamente avventato e debole questo tipo di approccio interpretativo: rimarcherei piuttosto l’orgoglio di conquista e l’affermazione superba sul territorio, questo sì un prezioso ricordo familiare, che agli albori dell’età moderna vedrà estinguersi, per amara coincidenza, nel delitto e nel sangue con la tragica parabola discendente non solo di Galeotto ma anche di tutta la famiglia.

Nott de Bisò 2020: ecco i gotti

gotti 2020

L’araldica dei Manfredi, signori di Faenza dal 1313 al 1505, è ampiamente sviluppata sul vasellame faentino a partire dalla fine del XIV secolo. In questo periodo infatti si intensifica l’uso di raffigurare su ceramica i blasoni dinastici, per esaltare e magnificare la dignità di un casato o di un suo personaggio.

Lo stemma inquartato della Signoria manfrediana compare per la prima volta su maiolica in un boccale databile alla fine del 1300, proveniente da scavi della città e conservato al Museo Internazionale delle Ceramiche, nel quale è effigiato accanto allo scudo dei Manfredi, il leone rampante della Comunità faentina. Da questo momento sono numerosi i manufatti, specialmente boccali, nei quali primeggia lo stemma della “dulcissima gens manfreda” a testimonianza dell’influenza che la famiglia esercita sulla città.

Tra i principali emblemi personali dei Signori manfrediani si ricordano il “caprone sarcinato” di Astorgio I, al governo di Faenza dal 1377 al 1404, il celebre “astorre” (un raro rapace) di Astorgio II, signore della città dal 1448 al 1468, la palma fiorita di Galeotto Manfredi (figlio di Astorgio II), spesso accompagnata o alternata dal suo “emblema parlante” del galletto e infine l’immagine del “temperino” o salasso, comune a tutto il casato, il cui significato è stato attribuito sia a una discendenza dei Manfredi con un chirurgo, sia sulla capacità della Signoria di “cavar sangue” a chi si opponeva al loro potere.

Nel 1482 si rafforzano i legami politici tra le città di Faenza e Bologna, grazie al matrimonio combinato tra Galeotto Manfredi e Francesca Bentivoglio, figlia di Giovanni II, Signore di Bologna, celebrato da alcune testimonianze ceramiche, su cui campeggiano le armi dell’alleanza matrimoniale con l’araldica bipartita della palma fiorita di Galeotto e la sega o pettine dei Bentivoglio.

Le principali imprese manfrediane sono inoltre fissate indelebilmente nel pavimento della cappella Vaselli, nella Basilica di S. Petronio a Bologna, realizzato da maestranze faentine intorno al 1487. Nell’ambito del pavimento, oltre alla ricca varietà di temi e soggetti di gusto rinascimentale, è esplicita anche la simbologia legata a Bologna e alle sue autorità con la scritta “LIBE(R)TAS”, motto della comunità bolognese e le chiavi decussate, simbolo della Legazione Pontificia di Bologna.

La famiglia Beccaluva (Rione Nero): fedeli notai al fianco della signoria Manfredi

Avevo già iniziato ad occuparmi di alcune famiglie vissute nel territorio rionale del ‘Nero’. Ma la trattazione non è sempre esauriente e definitiva, dal momento che occorre ricostruire i diversi profili biografici attraverso ricerche molto lunghe e complesse in ambienti di archivio e biblioteche, civiche ed ecclesiastiche. Questo contributo, dunque, si limiterà a ricucire rapidamente quanto è poco noto e sparpagliato qua e là in alcuni documenti meritori di attenzione.

Dopo i Quarantini, dicevo, è il turno dei Beccalua o Beccaluva. Di questa famiglia sappiamo che il suo stemma, leggibile nella voluminosa raccolta di cronache, monografie, studi, memorie e carte – molte delle quali compilate, trascritte o raccolte dall’abate G.B. Tondini – appartenute a Bartolomeo Righi (sec. XIX), rappresenta un ricco grappolo d’uva in campo blu, in una cornice con ornamenti e decorazioni a fogliame. Meglio è possibile leggere nei blasonari Baccarini e Calzi.

La dispersione dei documenti faentini: il lavoro dello storico per ricostruire la storia della nostra città

Si tratta di una famiglia del Rione Nero, che ha avuto un certo prestigio nel contesto cittadino della Signoria prima e, dal 1509 in quello dello Stato della Chiesa, sotto il cui governo rimase ininterrottamente fino al 1797. I nomi di alcuni membri della Casa dei Beccaluva, infatti, sono ricordati tra i più influenti priori e consiglieri della città. Non mancarono altri che si distinsero per la propria attività di notai al servizio della Signoria manfrediana.

A tal proposito c’è da aver presente che il patrimonio bibliotecario e archivistico dei Manfredi, ben indagato con finezza da mons. Francesco Lanzoni, Anna Rosa Gentilini e Marco Mazzotti, è andato in buona parte perduto, insieme a tutta la documentazione che era di stretta attinenza con l’archivio comunale: infatti, quando la Signoria si irrobustisce a partire da Gian Galeazzo Manfredi, l’archivio della Signoria collimerà via via con quello comunale, a tal punto che saranno sempre più intrecciati gli interessi del pubblico del Comune con quelli del privato della Signoria, se bisogna dar peso al fatto che gli Statuti di Faenza del 1413 ordinavano e stabilivano che i documenti di maggior importanza del Comune venissero custoditi «in uno scrineo Comunis Fav[entiae] quod est super sacristiam Sancti Francisci in quadam capsetta jura infrascripta dicti Comunis etc.», in uno scrigno, cioè, posto sopra la sacrestia della chiesa di San Francesco. Successive vicende e dispersioni fanno sì che tra Ravenna e l’Archivio di Stato di Roma si scorporino molte carte, pergamene, documenti. Giusto per fare un esempio, nell’Archivio di Stato romano si conserva una pergamena nella quale si legge l’intesa stretta il 4 dicembre 1470 davanti al notaio Alberto de Picininis tra Carlo, Galeotto, Federico e Lancellotto de Manfredis, eredi del loro padre Astorgio II e di Giovanni Galiazzo, pure de Manfredis.

Anche a Faenza gli archivi delle famiglie aristocratiche e nobiliari, che dicono molto della vita della città in epoca manfrediana fra Tre e Cinquecento, risentiranno di una profonda frammentazione per cause belliche o per via di una scarsa attenzione da parte degli eredi.

Il notaio Francesco Beccaluva e il suo operato durante la signoria di Carlo II Manfredi

Stemma della famiglia Beccaluva, blasonario Baccarini, Biblioteca comunale di Faenza, p. 168, 17.

Resta invece compatto e pressoché integro l’archivio notarile oggi conservato presso la Sezione di Faenza dell’Archivio di Stato di Ravenna. Gli atti più remoti risalgono al 1377. Alla fine del Trecento sappiamo di documenti rogati da «ser Guidonem Beccaluva», che attestò un lascito da parte di Silvester de Bazulis alla corporazione di santo Nevolone di «tornaturas quatuordecim terrae in scola Ronco», cioè “di quattrodici tornature di terreno nella parrocchia di Ronco”, ma tale archivio riscuote una notevole importanza per essere custode diretto di tutto ciò che poté occorrere nel periodo della signoria di Carlo II (1468-77), quando tra i notai estensori di atti fondamentali ritroviamo il nome di un membro della famiglia Beccaluva: si tratta del notaio Francesco, attivo in numerosi atti rogitali, alcuni pertinenti la Signoria (anche se Alberto Piccinini risulta il notaio ‘ufficiale’ della Signoria manfreda) o anche la chiesa e l’episcopato faentini, come dimostra il caso della donazione fatta da «Jachobettus Cecharelli de Ravenna in suo testamento rogato a q. ser Francisco Beccaluva, reliquit bona sua distribuenda ad beneplacito Episcopi Faventini», cioè da “Giacometto Cecarelli di Ravenna nel suo testamento rogato da ser Francesco Beccaluva, [che] lasciò che i suoi beni fossero distribuiti con il consenso del vescovo di Faenza”.

Il legame con la ceramica: la famiglia Beccaluva commissionò un curioso boccale

boccale “Beccaluva”, già in possesso del conte Dionigi Zauli Naldi (tratto da: Faenza, Tipografia F. Lega, 1923, anno XI, tav. V.

Diversi invece sono i notai che rogano per conto del Capitolo Cattedrale, anche se dal 1477 si intervallano quasi esclusivamente Gaspare Cattoli e Guido Maria Beccaluva, cui si aggiunge in un secondo momento Francesco Maria Scardavi.

È merito delle note storiche e tecniche di Giuseppe Liverani e dello studio del conte Dionigi Zauli Naldi aver percorso alcune vicende della famiglia Beccaluva, quando agli inizi del Quattrocento pare avesse commissionato la modellatura di un curioso boccale, caratterizzato da una dolce decorazione su fondo bianco maiolicato con alcune sfumature rosate, che rappresenta un gallo dalla cresta protuberante, chinato con la testa a beccare un grappolo di bacche o più credibilmente un grappolo d’uva, intrecciando contaminazioni d’arte maiolicaria persiana, italiana e faentina.

Francesco Beccaluva, rappresentante di porta Ravegnana presso la Signoria

La famiglia, probabilmente stabilitasi nelle vicinanze della «c[apella] s[ancte] Marie Guidonis – corrisponde al luogo in cui dal sec. XIII, se non prima, vi era una cappella di Santa Maria Guidonis, forse perché il Guido che la fondò pare sia stato proprio il Guido di Manfredo del sec. XII; poi sede di una chiesa parrocchiale dedicata a San Biagio Martire, nel 1781 minacciante rovina e soppressa nel 1822, e non meno di 100 anni fa sede del Caffè Orfeo, in prossimità della loggia degli orefici – ad bancum apotece specierie magistri Antonii Ser Succii (?)sita iuxta Ser Franciscum Beccaluvam» (Act. Not., 1 dicembre 1467), trasse beneficio dal notevole prestigio che alcuni suoi membri ebbero nel contesto del governo cittadino, a partire da Guido Beccaluva – giusto per richiamare un esempio –, figlio di Ser Francesco «notarius faventinus», uno degli otto notai prescelti all’inizio del 1477 per prestare la loro opera legale alla commissione di soprastanti nominata da Carlo II Manfredi per il censimento delle terre del faentino, nonché eletto varie volte all’amministrazione della cosa pubblica sotto Carlo e sotto Galeotto, quale rappresentante di porta Ravegnana. Egli fu apprezzato dalla Signoria e fu fidato dei canonici della Cattedrale di Faenza, tanto da richiedergli il 19 settembre 1486 di rogare un atto (Arch. Not. di Faenza, reg. ix, 1483-1489, cc. 115v-116r) con cui affidavano al pittore locale Ser Lorenzo Cattoli l’incarico di dipingere i vetri di un occhio della cappella maggiore della chiesa cattedrale, precisando minutamente il soggetto della pittura, ritraendo «ymaginem domini nostri yesu christi existentem super aquas et destera ipsius liberantem beatum petrum apostulum, qui mergebatur in fluctibus».Si richiedeva infine che«dicte jmagines possint clare videri et discernj stando in dicta Ecclesia in choro et corpore dicte Ecclesie ab hominibus et personis jnspicientibus».

Inizio di Corso Mazzini, con la loggia “dei signori” o “degli orefici”, con il Caffè Orfeo già sede della chiesa di Santa Maria Guidonis, poi San Biagio, 1910.

Guido Beccaluva e la ‘riconquista’ di Solarolo

Guido Maria Beccaluva è stato invece membro del Consilium Antianorume questa carica viene ricoperta anche nel primo bimestre del 1489, mentre nel 1483 ricopre la carica di Consigliere.

Nel 1511 Guido Maria è tra i cittadini più illustri incaricati di risolvere con gli Anziani tutte le questioni che riguardano la comunità di Solarolo, che viene restituita al Papa Giulio II e al governo di Faenza insieme al castello, di cui si sono impadroniti gli Alidosi.

Andrea di Filippo, custode delle rappresentazioni teatrali

Altro membro rappresentativo dei Beccaluva è Andrea di Filippo, che ebbe incarichi di rilievo all’interno dell’amministrazione pubblica: lo scopriamo difatti nel 1486 essere il custode di quello che il principe faentino designò come spazio dedicato alle rappresentazioni teatrali all’interno di un più imprecisato punto nel Palatium Populi, edificio di residenza dei rettori della cosa pubblica, già sede delle magistrature popolari del Medioevo e, sin dal 1232, dimora dei Signori della città, anche se ufficialmente impadronitisi dell’edificio dal 1313, anno in cui Francesco Manfredi «ascendit palatium Faventiae pro defensione populi, et postea anno 1314 primo januarii factus fuit capitaneus populi Faventini» (Azzurrini, Chronica Breviora) dando origine così alla Signoria manfrediana.

Ancora tra i membri dell’Anzianato ricordiamo i nomi dei consiglieri Leonello (1514), di Achille Beccaluva faventinus, che alla data del 12 maggio 1528 «stetit Fugnani propter pestem» (“si stabilì a Fognano a causa della peste”), divenendo poi priore nel 1522 e consigliere civico nel 1525. Al 13 giugno 1601, per il bimestre luglio-agosto, viene fatta risalire la nomina di Nicolò Beccaluva a consigliere per il rione di porta Imolese, mentre quella del cronista ser Bernardino Azzurrini a consigliere per porta Ponte. Sappiamo, infine, di altri membri della famiglia che appartennero al consiglierato della città, quali Cesare nel 1552, Girolamo nel 1562 e Gregorio nel 1587.

Michele Orlando 

 

Foto di copertina: Stemma della famiglia Beccaluva, blasonario Righi (sec. XIX), Biblioteca comunale di Faenza.

La famiglia De’ Mazzi, ovvero i Quarantini. Per una nuova acquisizione del Rione Nero nel corteo storico del Palio

Lo studio del passato attraverso il lavoro di ricerca delle fonti e i continui rimandi al patrimonio librario e documentale di archivi e biblioteche pubblici e privati, oltre che alla mole impolverata di rivoli di carte, rotoli, codici e registri sparsi in ambienti ecclesiastici dimostra che inevitabilmente a tali fonti non è possibile sottrarsi per la comprensione della società medievale in tutte le sue componenti. Vale anche per il Medioevo faentino che, nell’arco di tempo che va dall’inizio del Duecento alla fine della vicenda signorile dei Manfredi nei primi anni del Cinquecento, ha lasciato una discreta quantità di materiali diplomatici, archivistici e cronachistici, impolverati e nascosti, in attesa da troppi anni ormai di essere indagati con maggiore profondità e ampiezza.

Sebbene sia qui insufficiente lo spazio per approfondire tali questioni, non mi è parso fuori luogo sottolineare a un pubblico di lettori diverso da quello degli specialisti l’importanza di una famiglia del territorio rionale che, come quella dei Cittadini, ha avuto uno spazio importante nel contesto cittadino. Mi riferisco ai Quarantini.

La prima testimonianza della famiglia nel 1159

Armoriale dei Quarantini (de’ Mazzi).

La presenza della famiglia viene attestata in vecchi repertori come quello della Enciclopedia storico-nobiliare italiana(vol. V, 1932) del marchese nonché genealogista, storico e araldista italiano Vittorio Spreti, dallo storico Giulio Cesare Tonduzzi nelle Historie di Faenza(1675), e da diversi atti notarili conservati nell’Archivio notarile di Faenza.

Mons. Giuseppe Rossini ebbe modo di riordinare l’interessante patrimonio documentale, pervenutoci nonostante la distruzione degli antichi fondi in conseguenza di disastrosi incendi, il ricordo dei quali, fin dai primi tempi in cui il Comune veniva costituendosi, ci è stato tramandato dai cronisti locali. Nello Schedario faentino mons. Rossini raccolse notizie sulla famiglia Quarantini, conosciuta anche nella variante di Quarentini. Questo casato, di chiara e antica nobiltà, originaria della Toscana, fa risalire le prime memorie al 1159, in una pergamena dell’archivio Azzurrini, dove si legge di un Drudo, di Albertino Mazzi: il cognome inoltre circola anche nella variante Delle Mazze. Come attesta lo Spreti e lo stesso Rossini, nello stemma gentilizio dei Quarantini figurano proprio tre mazze, annodate insieme da una fettuccia.

Nel 1302 il capitano di Faenza Maghinardo Pagani di Susinana raccomanda nel suo testamento i suoi eredi e legatari alla protezione delle principali famiglie della città, nominando anche quella de’ Mazzi con le parole:

 

Et nobiles de domo de Mazis […] Insuper precor toto affectu supradictos nobiles et nominatos Faventia et Imola er Comitatos ac caeteros alios nobiles amicos praedictarum Civitatum et Comitatum earundem quod pro amore quem habui et habeo erga eos et honore sui et ad perpetuam memoriam amicitiae iugiter conservatae, et cum meis posteris conservandae praestent eorum consilium, auxilium et favorem praedictis Haeredibus meis etc. protegant, et defendant ab iniuriis, incursibus etc..

Sotto i Manfredi, i membri della famiglia sono tra gli Anziani della città

Stemma della fam. Zanelli-Quarantini, esposto nella Biblioteca Manfrediana.

Nel 1453, sotto la signoria di Astorgio II, un Matius Quarantini de Mazzis de Faventia (ovvero Masio Quarantini) è annoverato tra gli Anziani della città “soprastanti al Reggimento pubblico”.

Intorno al 1456-58 la famiglia muta il nome da un certo Quarantino de Mazzis de Faventia, il cui figlio Masio viene citato tra i componenti del Consiglio Antianorum, che insieme al Consilium Generale Centum Sapientiume ad altri consigli minori, come quello dei Duodecim, dei Sexagintaecc., costituiva l’ossatura del potere legislativo del Comune manfredo. Uno strumento notarile rogato il 29 maggio 1485, conservato nell’Archivio di Stato di Ravenna, sez. di Faenza, riporta la notizia dell’acquisizione di una cappella gentilizia nella chiesa di S. Francesco ‘ad usum sepulchri familiaris’.

Banchieri e mercanti di lana

Nel corso del Quattrocento vari componenti della famiglia si confermano attivi nell’ambito del settore tessile, in modo particolare della lana: al 19 giugno 1421 Masio Quarantini, figlio di Guido, risulta praticare l’attività di drappiere, sarto e stracciaio; mentre un documento notarile del 3 marzo 1449 attesta che presso la scala dei baratti, attigua al palazzo comunale, vi fosse una ‘bottega’ dei Quarantini, presumibilmente roteante intorno alla produzione o lavorazione laniera. Intorno agli anni ’60 del Quattrocento, membri della famiglia risultano addirittura banchieri e mercanti di panni di lana; al 15-16 agosto 1485 risale invece l’elezione di un noto membro della famiglia, Francesco, a console dell’Arte della lana. Del maggio 1493 è la notizia di un notaio nella famiglia e all’aprile del 1500 è possibile ascrivere a Francesco Quarantini, oltre al ruolo di funzionario conservatore al Monte di Pietà in Porta Ravegnana, l’‘officium gabelle’, fondamentale nella vita amministrativa del Comune, cui era affidato il bollo (bullasigillum) comunale, col quale dovevano esser bollate le misure, i pesi, le castellate, i sacchi di frumento, biade o farina presso i mulini. Gli ufficiali della Gabella avevano cura di far venire da Bologna i campioni dei pesi e delle misure e secondo quelli regolare i pesi e le misure faentine, conservandoli a disposizione dell’Ufficiale del Podestà preposto agli affari straordinari.

Un esponente di spicco: il medico e poeta Giovan Battista Quarantini

Di detta famiglia abbiamo ulteriori notizie dallo stesso Giovanni Benedetto Mittarelli (1707-1777), abate camaldolese dei Sant’Ippolito e Lorenzo in Faenza nonché generale dell’ordine: l’abate riporta l’esistenza di una lapide funeraria in pietra serena di Anna Quarantini, per lo scalpello dello scultore faentino Pietro Barilotti (1481? – 1553), maritatasi al faentino di Porta Montanara Sigismondo Bonaccorsi e morta il 15 giugno 1544. La targa ansata inscritta è sormontata da un vaso di fiori, con due delfini che si fronteggiano nel piede di questo; sotto è lo stemma con due cornucopie disposte simmetricamente e in tutto simili a quelle della parte inferiore del Monumento Severoli (cfr. Carlo Grigioni, Lega 1962). Il Valgimigli, nel catalogo dei pittori faentini del XVI sec., riporta che del faentino Giacomo Bertucci, detto Jacopone, “parimenti stette pel dianzi appo la famiglia Quarantini un ritratto di donna, reputata una fantesca del pittore”. Nel 1592, a ricordare altresì le radici toscane della famiglia, due figli di Francesco Quarantini, Quarantino e Lattanzio, vestono l’abito dei Cavalieri di Santo Stefano di Toscana, fondato da Cosimo I de’ Medici, Granduca di Toscana, su imitazione degli ordini Gerosolimitani e ispanici.

La famiglia annovera un altro esponente di spicco: si tratta di Giovan Battista Quarantini, attivo come medico e poeta nel corso del XVI secolo. Di questi il Mittarelli e Francesco Maria Costantini (1639-1713), giurista di nobile famiglia marchigiana, ci menzionano la composizione nel 1525 di “Epigrammata duo; quorum prior est in laudem Nicolai Castellami qui Elencha Aristotelis in latinum Verterat; alter autem laudat Hieronymum Armellini impugnatorem doctrinae Tiberii Calabri”. All’opera Jesus vincit, del poeta faentino fra’ Girolamo Armellini, inquisitore dell’ordine dei Predicatori, il Quarantini dedica un esastico (epigramma di sei versi):

frontespizio dell’opera di Girolamo Armellini. Jesus vincit (1525), con epigramma di G.B. Quarantini

 

Pia age / doctorum volites ad tecta virorum,

Vera Armellini / scripte libelle manu.

Authoris Calabri / fidei concordibus almae

Sensibus / evertas dogmata ficta tuis.

Atque Faventinam mirandis laudibus urbe,

Extolle, et Christi tegmine tutus eas.

Palazzo Mengolini-Sali, poi Zanelli-Quarantini (sec. XVI)

Al 1819 risale invece la notizia di un Lattanzio Quarantini, chiamato a succedere Pietro Mazzolani al Gonfalonierato, una carica tra le più alte nel governo cittadino, tenuta solo per brevissimo tempo. Alterne vicende familiari, oscillanti tra buona e contrastante reputazione, intrinsecamente legate al locale stato di cose della Restaurazione, fecero sì che i Quarantini, già dalla fine del Settecento e fino agli anni Trenta dell’Ottocento, rinforzassero il proprio posizionamento sociale espresso dalla carica del conte Lattanzio e quindi ricorrendo all’acquisto di simboli di status con acquisizioni di un cospicuo patrimonio, consistente in beni economici e fondiari, come il palazzo rinascimentale Mengolini Sali dai Ginnasi in via Cavour, oltre che di altri edifici dalla famiglia Conti, come la villa delle Fabbriche sulla via Emilia di ponente. Tutte queste proprietà confluirono nelle mani della famiglia Zanelli, allorché l’ultima esponente della famiglia, Santa Quarantini, entra sposa in quest’ultima famiglia. Alcuni membri dei Quarantini, Giovanni e Giuseppe, in età garibaldina presero parte dell’esercito come ‘volontari della difesa della patria’.

Michele Orlando

Faenza 1477: il popolo protagonista

Ma colui che arriva al principato con il favore popolare, vi si trova solo, e ha intorno o nessuno o pochissimi che non sieno parati a obedire. Oltre a questo, non si può con onestà satisfare a’ grandi e sanza iniuria d’altri, ma sí bene al populo: perché quello del populo è più onesto fine che quello de’ grandi, volendo questi opprimere, e quello non essere oppresso. Preterea, del populo inimico uno principe non si può mai assicurare, per essere troppi; de’ grandi si può assicurare, per essere pochi. El peggio che possa aspettare uno principe dal populo inimico, è lo essere abbandonato da lui; ma da’ grandi, inimici, non solo debbe temere di essere abbandonato, ma etiam che loro li venghino contro; perché, sendo in quelli più vedere e più astuzia, avanzono sempre tempo per salvarsi, e cercono gradi con quelli che sperano che vinca. È necessitato ancora el principe vivere sempre con quello medesimo populo; ma può ben fare sanza quelli medesimi grandi, potendo farne e disfarne ogni dí, e tòrre e dare, a sua posta, reputazione loro.

Queste sono le parole di Niccolò Machiavelli, scritte nel capitolo IX del suo caposaldo “Il Principe”. In queste parole vediamo l’importanza che ha il popolo all’interno del “principato civile”, cioè in quella forma di governo che la storiografia moderna ha definito signoria in cui generalmente una famiglia esercitava il potere. È questo il caso di Faenza? A leggere i fatti del 1477 sembrerebbe di sì. Ma in realtà un altro dato è significativo per sapere qual è stato il ruolo del popolo nell’ascesa della gens manfreda.

Cosa intendiamo quando parliamo di popolo nel Medioevo?

Riportano i nostri cronisti che nel 1313, quando cioè Francesco I Manfredi assunse il potere come capitano, egli si presentò per la difesa del popolo (“pro defensione populi”): i Manfredi, infatti, riprendevano il potere dopo i travagliati anni delle lotte di parte che avevano visto emergere quel terzo potere (il popolo, appunto), oltre ai nobili e alla chiesa, incarnato nell’autorità del podestà. 

Ma cosa intendiamo per popolo? Dobbiamo anzitutto fare una distinzione fra popolo grasso e popolo minuto: il primo era composto da molta parte di quelle figure che ancora oggi vediamo nei cortei del nostro Palio, ovvero grandi possidenti, capi di importanti corporazioni artigiane, in sostanza tutta quella parte della società che “valeva” e contava; il popolo minuto, invece, raccoglieva coloro che più subivano le imposizioni delle imposte, poiché rispetto alle altre classi non potevano vantare privilegi ed esenzioni. 

Il ruolo del popolo minuto diventa allora fondamentale in un governo che poggia sul consenso di questa.

Solo il popolo minuto restò a contrastare il dominio dei Manfredi

Nel secolo e mezzo che separa l’ascesa al potere di Francesco con i fatti del 1477 si assiste, lentamente, allo svuotamento dei vari contropoteri che si potevano opporre alla signoria (il Consiglio degli Anziani diviene un organo meramente rappresentativo, il podestà è quasi sempre chiamato vicino o amico della famiglia Manfredi). Rimanevano, a opporsi, la Chiesa locale e il popolo. Ma nel giro di tre anni tutto cambiò: nel 1468, alla morte di Astorgio II Manfredi, salì al palazzo della Signoria il figlio maggiore Carlo. A lui, secondo disposizioni testamentarie del padre, dovevano succedere in ordine Galeotto e Lancillotto. Per il secondogenito, Federico, era invece segnata un’altra strada: egli infatti era proiettato alla carriera ecclesiastica, tanto che nel 1471 – dopo un primo tentativo sfumato già nel decennio precedente – fu elevato al soglio vescovile.

Questa combinazione particolare aveva portato la famiglia Manfredi al controllo quasi totale della città: solo il popolo, simbolicamente rappresentato nella piazza, restava fuori dal dominio signorile.

La lotta per la successione a Carlo Manfredi: Galeotto vs. Federico

Il 25 settembre 1476, complice una grave malattia di Carlo (le fonti narrano addirittura fosse in fin di vita, e si susseguissero le notizie della sua morte per i paesi vicini), Federico fece venire da Roma il cardinal Francesco Salviati con uno scopo ben preciso, interrompere la disposizione testamentaria che vedeva Galeotto e Lancillotto succedere Carlo e dare l’avvallo papale alla nuova successione: alla morte del Carlo il governo di Faenza sarebbe spettato al figlio di questi, Ottaviano.

Il fatto che di persè mise in allarme le cancellerie dei potentati vicini (Ferrara inviò alcune truppe, come narrano le cronache di quella città, a Lugo pronti ad intervenire in favore dell’asse Carlo-Federico), e fece muovere Galeotto che da Ravenna, si portò vicino a Faenza e il 18 ottobre 1477 riuscì a introdursi nella rocca di Granarolo con un sotterfugio. Riunitosi con Lancilotto, i due proseguirono per Brisighella, dove presero la città ma non la Rocca. Federico, radunate le armi di Carlo, riconquistò palmo per palmo i territori persi nella Vallata, e il 22 ottobre sconfisse i due a Baccagnano e li respinse a Granarolo.

Nel novembre 1477 viene alzato il prezzo del grano: il popolo si ribella

Ma ecco che nelle vicende famigliari si inserì un terzo incomodo. Infatti il 13 novembre 1477 si riunì il consiglio generale per decidere un prezzo calmierato per il grano, poiché raccontano i cronisti vi era stata in quell’anno una grave carestia che ne aveva influenzato negativamente la produzione. Federico in quell’occasione, in nome di Carlo (che rappresentava con il titolo di “luogotenente generale”) non solo non lo abbassò, ma lo portò a 50 soldi la corba. Aveva allora toccato la pancia del suo popolo, l’unico che non riusciva a controllare. Perché alzare il prezzo del grano? Perché la famiglia Manfredi era proprietaria di ben 13 mulini nel faentino e nei paesi direttamente controllati. Alzare il prezzo significava, quindi, maggiori guadagni. 

Questo evento ebbe però un effetto inaspettato, perché la città, il 15 novembre 1477, si ribellò alle vessazioni di Federico. A nulla valsero i tentativi anche della moglie di Carlo, Costanza, per placare la folla: l’alto prelato, rifugiatosi nella rocca, uscì anche da questa e scappò protetto a Lugo. Anche Carlo arretrò in Rocca, mentre da porta Montanara entrava Galeotto. Il cronista Novacula racconta dell’incontro, faccia a faccia, tra Carlo e Galeotto, avvenuto presso la Rocca. E Galeotto così si rivolgeva al proprio fratello:

Carisime mio fratelle, l’è stato al to popule che ce m’a menato per li vostre gram disordine che ti e Fedrico i avite fate continuvamenti: ma uno ricorde te voie dare, che in queste loco non sone venute per volerete fare male alcune, ance più preste sono venute per non volere più andare stentande per lo monde. Sichè, care fratelle, atende pure a guarire; siande tu prime de natività a ti toca el dominio, eciam ancora per esere inovate da Paule 2 pontifice; e per hogne rasone a ti toca dita signoria.

La vittoria di Galetto Manfredi

Dopo che pure i rinforzi inviati in soccorso a Carlo si fermarono a Meldola, Carlo dovette arrendersi e lasciare la città al fratello Galeotto.

Questo evento fa allora capire quanto, nel medioevo, era forte il potere del popolo. E’ uno di quelli eventi che si legano nel lungo novero delle rivolte popolari, la cui espressione più famosa è senz’altro il tumulto dei Ciompi (1378). Si potrebbe dunque ragionare circa le analogie tra quell’evento, di oltre un secolo prima, e questa rivolta “del pane” faentina.

L’aspetto allora rilevante e non secondario è comprendere l’importanza che il popolo ha nella vicenda politica dell’epoca, e ciò vale come monito e insegnamento anche per i nostri tempi.

Mattia Randi

Immagine di copertina: Tumulto dei Ciompi