L’artista Daniele Albatici presenta il drappo del Niballo 2019

Mi sono trovato qualche tempo fa di fronte ad un signore che, conoscendomi come insegnante di scultura e come pittore di genere figurativo, mi chiedeva se ero interessato a dipingere il Palio di Faenza, sua città natale, di cui mi spiegò vari aspetti e caratteristiche, sia del Palio che della città che mostrava di amare veramente tanto. Mi spiegò che questa gara tra i rioni, che risale al lontano medioevo, consiste in tornei, o giostre, o gare di coraggio e di abilità, che hanno come presupposto un grande rispetto per gli animali.

Il tutto dedicato a San Pietro, Patrono della città. E ti pare poco! Subito nasce la domanda: come l’hanno raffigurato gli altri bravi artisti che mi hanno preceduto? Come si fa a rispettare un tema, una persona di tale importanza storica standosene sacrificati in un formato lungo e stretto, 73 cm X 253 di altezza? Tanto più che, così come gli altri che mi hanno preceduto, non voglio fare qualcosa di scontato, di banale. Va bene che si tratta di un’insegna, un emblema che andrà in premio al rione primo classificato nel Palio del Niballo, che deve raffigurare i simboli dei rioni e della città, ma deve anche rappresentare ed esprimere quello che sento io in merito alla gara, alla città e al Santo, che non è mica un Santo da poco: è quello che tiene le chiavi del Paradiso, ed è meglio tenerselo buono, che non si sa mai…

Ed ecco un’altra domanda fondamentale: chi è Pietro, o, meglio, Simone detto Pietro? Secondo i Vangeli è un povero pescatore, che Gesù, sulle sponde del mare di Galilea, chiama insieme ad Andrea, suo fratello, dicendo: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”. E lo seguono subito, diventando così i suoi primi discepoli. Simone è un uomo passionale, generoso, che non calcola, uno che si butta, con le parole e con i fatti. Nei Vangeli il suo nome è ricordato in continuazione, perché è uomo di azione, uno che mette lingua dappertutto, uno che interviene spesso, uno che qualche volta vuole addirittura insegnare a Gesù cosa deve fare, il primo a riconoscere in Gesù “ il Cristo, il Figlio del Dio Vivente” Mt 16, 15.
Proprio per questa sua frase il Cristo gli attribuisce un merito speciale, con delle parole che sono oggetto di discussione ancora oggi. Gli dice: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt16, 17-20). Lo chiama “cefa”, che in aramaico significa roccia, o pietra: da qui esce il suo nuovo nome Pietro, che sottolinea la sua trasformazione, la sua “promozione di grado”. E’ diventato una specie di primo ministro del Cristo, il suo massimo rappresentante sulla terra (rappresentante, non sostituto).

Non molto tempo dopo, nel corso dell’ultima cena, mentre Gesù profetizza che quella stessa notte tutti i suoi discepoli rimarranno scandalizzati Pietro affermerà orgogliosamente che “Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai!” (Mt 26, 33 e Mc 14, 29). Secondo Luca (22, 31-33) Pietro afferma: “Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte”. Anche Giovanni nel suo Vangelo ricorda che Pietro promette di dare la sua vita per Gesù (Gv 13, 37). E Gesù, in risposta a questa promessa, come riportano tutti e quattro i vangeli, predice che Pietro, prima che il gallo canti, lo tradirà tre volte “In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte”.
E difatti, dopo poche ore, nel cortile del sommo sacerdote, mentre Gesù viene interrogato, accusato e minacciato di morte, Pietro dopo che si è scaldato al fuoco, perché faceva freddo, rinnega per tre volte di conoscere Gesù: anzi, secondo Marco e Matteo comincia a imprecare e a giurare di non conoscere quest’uomo. Per tre volte, il numero giusto per rompere un contratto, rinnega di conoscere Gesù. “E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: “prima che il gallo canti, oggi mi tradirai tre volte”. E uscito fuori pianse amaramente.” Lc 22, 60-62.

Ecco che Pietro si rende finalmente conto di aver tradito Gesù, cui poco prima aveva giurato fedeltà. Sente la terra spalancarsi sotto i propri piedi, l’abisso dell’abiura che lo inghiotte.

Gesù. Quello che accetta di morire in croce. Lui che è il Messia, il Figlio di Dio. E nonostante questo si lascia umiliare, fino alla morte più ignominiosa per un essere umano, la morte di croce.
Come sempre Gesù ribalta le nostre credenze, le nostre idee e le nostre certezze. Probabilmente ci si aspettava un riscatto, un trionfo, una vittoria fragorosa e indiscutibile da parte sua. Invece offre la propria morte, dileggiato, abbandonato dai suoi discepoli, tranne Giovanni, la madre Maria e qualche pia donna.

Poi. La risurrezione.
Le donne che scoprono la tomba vuota e vanno ad annunciarlo agli undici. I due discepoli che corrono alla tomba e Giovanni che si ferma sulla soglia per lasciare la precedenza a Simone Pietro.

Ma è sulla sponda del lago di Tiberiade che Simone Pietro capisce di essere stato perdonato. E’ subito dopo la “pesca miracolosa”, dopo che hanno mangiato del pesce e del pane che il Signore ha offerto loro. Per tre volte Gesù chiede a Pietro: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?»… Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio». Gv 12, 15-19.

E’ una vicenda paradossale, difficile da capire. Un uomo coraggioso ha tradito il suo Re e il suo Dio. Allora forse per capire meglio Pietro dobbiamo rifarci a San Paolo quando spiega, nella prima lettera ai Corinzi:

“Cristo infatti… mi ha mandato a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente… Sta scritto infatti:
Distruggerò la sapienza dei sapienti
e annullerò l’intelligenza degli intelligenti.
E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani… Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio… perché, come sta scritto:
Chi si vanta si vanti nel Signore.” (1 Cor 1, 17-31)

Ecco, dopo queste parole di Paolo possiamo capire meglio la figura di Simone, detto Pietro. Impulsivo, generoso, combattivo, orgoglioso, quasi spaccone… ha dei tratti del carattere che sembrano raffigurare un romagnolo! Eppure diventa un traditore, e così scopriamo che è come noi, con le sue debolezze e le sue vigliaccherie, le sue fanfaronate: salvo pentirsi “amaramente”.
E questo ce lo fa sentire umano e ce lo fa amare nelle sue fragilità.
Non è un supereroe.
E’ un essere umano, proprio come noi.

Ho voluto dipingere la notte di Pietro collocandolo in uno spazio vuoto, quello stesso vuoto che sente dentro di sé, riempito da un albero sui cui rami si alza un gallo a urlare la vergogna e il dolore dell’uomo. Lontano il chiarore dell’alba livida che si leva ad annunciare il giorno terribile della morte di Gesù.

E’ quanto ho cercato di raffigurare nel Palio, non il Pietro della “pesca miracolosa”, non il possessore delle chiavi del Cielo, ma un Pietro dispiaciuto, addolorato, diviso in sé stesso, con un piede rosso perché era stato vicino al fuoco, l’altro freddo come il gelo che gli è penetrato nel cuore, quel gelo che solo il suo Signore potrà riscaldare col suo perdono, perché egli è veramente il Dio della misericordia, quel Dio che sa avvicinarsi alla debolezza dell’uomo abbracciandolo e sollevandolo dalla sua caduta.

Daniele Albatici – 20 maggio 2019

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