Per una ri-lettura di un emblema manfrediano: il salasso

L’araldica ha suscitato in me sempre un certo interesse. Ma il patrimonio araldico manfrediano mi ha incuriosito ancor più per essere particolarmente suggestivo nelle figure apparse sulle insegne stemmarie, spesso enigmatiche, evocative del nome di alcuni membri della famiglia o del capostipite o persino di fatti gloriosi, per i motti e per i loro legami con le Sacre scritture, con la letteratura classica o moraleggiante. Chi ha modo di approfondire lo studio dei vari stemmi dei Manfredi, le monete e le ceramiche faentine dell’epoca come anche i vasi da speziale, usati per conservare i semplici (semi, radici e foglie di singole piante medicinali, oli essenziali estratti da singole piante, singoli minerali polverizzati) o i composti (preparazioni galeniche, miscele di oli essenziali per confezionare unguenti e profumi per la persona e anche aromi per la cucina), trova immancabilmente insieme ai simboli associati la figura del rinomato strumento del salasso, che permette il prelievo di quantità a volte anche considerevoli di sangue da un paziente per ridurne l’apporto nelle arterie, secondo una pratica medica accettata e persistita lungo tutto il Medioevo ma documentata a Faenza almeno fino al 1759-60, quando il medico Giovanni Battista Borsieri lo applica in occasione della febbre epidemica che lacera la città. Il salasso è effettuato dal barbiere di una volta, in quanto considerato anche mezzo medico che, oltre ad occuparsi di barba e capelli, opera come ‘cerusico’, tira denti e pratica la ‘sagnatura’, cioè tirava il sangue a chi ne aveva bisogno con dei sistemi e degli strumenti alquanto particolari come coltelletti e lancette che ritroviamo nell’impresa manfrediana.

L’origine del salasso

Nell’opuscolo De minutione sanguinis, sive de phlebotomia,attribuito a Beda il Venerabile (674-715 d.C.), si spiega che il salasso è l’inizio della salute (phlebotomia initium est salutis): rischiara la mente (mentem sincerat), acumina la memoria (memoriam praebet), purga la vescica (vissicam purgat),essicca il cervello (cerebrum exsiccat), scalda il midollo (medullam calefacit), attiva l’udito (auditum aperit),riduce le lacrime (lacrimes stringit), toglie la nausea(fastidium tollit),purifica lo stomaco(ventriculum purificat),favorisce la digestione(digestionem invitat), dispone al sonno (sensum dirigit ad somnum)e si crede renda più lunga la vita(facere longiorem vitam creditur). Al salasso, insomma, la tradizione medica altomedievale — che non manca di recuperare le tracce più remote della storia finanche nelle società arcaiche dei Mesopotamici e degli Egizi — attribuisce importanti effetti benefici sull’organismo. Il termine ‘salassare’trova la sua origine nel latino ‘laxare sanguinem’, ossia ‘far scorrere il sangue’. In realtà, si capirà molto più avanti nei secoli che la pratica del salasso nella medicina umana e veterinaria è da considerarsi quanto di più scorretto tra le pratiche mediche possibili.

Immagine di un salasso, ritratto nel capolettera di un manoscritto inglese del XIV-XV sec.

Il Fasciculo de medicina: il primo libro stampato con illustrazioni anatomiche

Il salasso nel Medioevo è considerato il rimedio a svariati malesseri (asma, emottisi, contusioni, tosse, consunzione, contusioni, convulsioni, crampi, sordità, delirio, epilessia, vertigini, gotta, tosse asinina, idrocefalo, cefalea, intossicazione, sonnolenza, demenza, morbillo, paralisi, reumatismo, sciatica, respiro affannoso e mal di gola) ed è affidato prevalentemente ai barbieri-cerusici come si è detto, gli stessi che si impiegano per ricomporre le fratture e incidere gli ascessi. La pratica del salasso viene altresì attestata dalla circolazione di opere notevoli come quella del medico tedesco Johannes de Ketham, noto anche con il nome di Johannes von Kirchheim o di Hans von Kircheim di Svevia, trapiantato in Italia alla fine del XV sec. ma che pratica a Vienna intorno al 1460: le opere come quelle del Ketham sono arricchite con illustrazioni di figure anatomiche astrologiche, che riportano in modo dettagliato i punti cui applicare il salasso. Sarà proprio l’opera di Ketham, il Fasciculo de medicina, a rivelarsi nel giro di pochi anni una sorta di best seller del genere editoriale, circolando in una traduzione in volgare a opera di Sebastiano Manilio: il monumentale Fasciculus medicinaerisulta tra l’altro utilizzato dal professore come florilegio delle sue lezioni, raccomandandolo ai suoi allievi di medicina dell’Università viennese.

Figura anatomica astrologica, tratta dal trattato medico astrologico di Johannes de Ketham, Fasciculo de medicina, Venezia 1494.

L’opera viene pubblicata per la prima volta per i torchi tipografici di Giorgio da Monferrato nel 1491, ma ben presto riscuote un gran successo, perché i fratelli Ioannes e Gregorius de Gregorijs iniziano una seconda edizione nel 1493. Sotto la guida dello stampatore Sebastiano Manilio, questa seconda edizione viene tradotta in italiano includendo molte altre notevoli differenze: l’aggiunta di quattro nuove immagini, due nuovi testi e la rielaborazione del disegno di cinque delle sei immagini originali. Queste xilografie aggiornate, che mostrano l’influenza di artisti veneziani contemporanei come Giovanni Bellini e Andrea Mantegna, riflettono l’estetica mutevole del periodo. In generale, queste immagini includono figure muscolose e classicizzanti, con particolare efficacia sulle proporzioni, sullo sfondo e sulla prospettiva, facendo risultare così il Fasciculus il primo libro stampato con illustrazioni anatomiche. La traduzione italiana racchiude illustrazioni realizzate con nuovi intagli di legno di qualità superiore rispetto alla vecchia edizione latina, nonché alcune nuove illustrazioni e nuovi testi. Il testo stesso è in realtà una raccolta di brevi trattati medici curata da Ketham, molti dei quali risalgono al periodo medievale. Si intende bene come ad ogni parte anatomica corrisponda un segno zodiacale, accompagnato da una didascalia che chiarisce gli influssi sulla relativa parte anatomica.

Perché i Manfredi hanno scelto un particolare così intenso e sanguinolento?

Scena di un salasso, tratto da: Trattato medico, sec XV, ms Dd.10.68, Cambridge University Library.

L’emblema manfrediano rappresenta, quindi, una ferita aperta e stillante sangue, sovrapposta al temperino del flebotomo per i salassi che, generalmente, risulta ben disegnato, sebbene con qualche variante rispetto ad altri esempi conservati dal tempo, come attesta la bellissima miniatura di un trattato medico ebraico che circola negli ambienti medici padovani del XV secolo, suddiviso in cinque parti, che ascrive l’originaria paternità al rabbino e tosafista francese Isaac ben Joseph di Corbeil (†1280) e si occupa principalmente di medicina e farmacologia, ma anche di esami di astronomia (astrologia) e divinazione; o come illustra pure la raffinata figura miniata nel ‘Codex Schürstab’ (1472), conservata nella Zentralbibliothek di Zurigo.

Salasso, miniatura tratta dal ‘Codex Schürstab’ (1472), Zentralbibliothek, Zurigo.

Nel nostro salasso, quello cioè preso in esame in relazione all’araldica manfrediana, non manca generalmente anche il gallo che canta e la palma fiorita, come viene riprodotto nel medaglione in pietra serena della Pinacoteca comunale di Faenza, entrambi riconducibili al principe Galeotto Manfredi. Sono stati in molti — anche tra gli studiosi locali — a chiedersi come mai Galeotto Manfredi, alla dulcissima Gens Manfreda abbia concesso di assumere nella loro impresa un particolare così intenso e sanguinolento. Il particolare araldico, molto interessante, sollecita alcune brevi riflessioni.

Impresa araldica di Astorgio I Manfredi, sec. XIV, arenaria, cm. 85×70

Il capostipite dei Manfredi: le origini da barbitonsore o chirurgo

L’impresa col salasso è già in uso presso i Manfredi fin dai primi tempi della loro attività politica sul territorio cittadino, ma in modo più marcato dalla fine del Trecento, esibito a ornamento delle insegne militari. Partendo da questa constatazione che vede concordi gli storici, è possibile che l’impresa manfrediana del salasso voglia in modo più ragionevole ricondursi a un ricordo storico-familiare, fissatosi nell’impresa fin dai tempi più remoti. Non scarterei l’ipotesi di un ricordo professionale, riguardante qualche antenato simbolicamente illustrato nella figurazione. Verso il Mille circa, infatti, la famiglia Manfredi — se dobbiamo dar credito al cronista Giovanni de Mussi (Piacenza, sec. XIV-XV) pubblicato dal Muratori — risiede già in Faenza e discende da un giovane e capace cavaliere ‘Manfredi de Regio’, che presso la corte dell’imperatore di Bisanzio Costanzo, nel IV secolo d.C., si innamora e sposa sua figlia Euride, dalla cui stirpe discendono diversi rami, come i Manfredi di Faenza, «de qua Domo descenderunt multi nobiles, sicut … Manfredi de Faventia, qui sunt domini dictæ Civitatis Faventiæ … Omnes isti vocantur filii Manfredi de Regio». Questo personaggio — che innegabilmente si perde tra i veli della leggenda — non è un titolato, ma un barbitonsore o forse un chirurgo, bello di aspetto e fortunato in amore. Da quella felice coppia sarebbero discese illustri famiglie, fra cui proprio quella dei Manfredi di Faenza.

«Qui sic vocantur propter causam istam. Dicitur quod fuit quidam barbitonsor, qui Manfredus vocabatur, qui erat valde, pulcher aspectu et pervenit ad manus eius quædam mulier pulchra valde et aspectu decora, et videbatur tota nobilis, dato quod esset facta omnibus communis» (Chronicon Placentinum, in Rerum italicarum scriptores, vol. 17, col. 565)

A ricordo del capostipite fortunato e intraprendente è molto probabile che sia rimasta impressa proprio la raffigurazione dello strumento più comprensibilmente a lui riconducibile, tramandato appunto nell’impresa manfrediana con la lancetta del salasso, che attesta adesso il chiaro significato storico, accettato e conservato dai Manfredi, anche quando pervengono a una acclarata e robusta potenza sul territorio. Il delicato arnese che il buon Manfredo di Reggio aveva adoperato come chirurgo e presumibilmente deposto dopo le nozze tende a mitizzare quello stesso matrimonio, tanto che Astorgio I lo tiene talmente in serbo che lo vuole inserire nel proprio emblema quale segno identitario di un insigne e vetusto lignaggio.

Un significato, dunque, quello del salasso, che va addolcito e non per forza accostato alla violenza — come è possibile leggere anche sulle pagine ufficiali del sito del nostro Palio del Niballo — riflessa nella «capacità della Signoria di ‘cavar sangue’ a chi si opponeva al loro potere»: mi chiedo se potessero mai i Manfredi eternare un significato così spietato del proprio casato, della propria azione politica e militare, proprio loro, vicari del Papa in terra di Romagna! Mi sembra eccessivamente avventato e debole questo tipo di approccio interpretativo: rimarcherei piuttosto l’orgoglio di conquista e l’affermazione superba sul territorio, questo sì un prezioso ricordo familiare, che agli albori dell’età moderna vedrà estinguersi, per amara coincidenza, nel delitto e nel sangue con la tragica parabola discendente non solo di Galeotto ma anche di tutta la famiglia.

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