Per una ri-lettura di un emblema manfrediano: il salasso

L’araldica ha suscitato in me sempre un certo interesse. Ma il patrimonio araldico manfrediano mi ha incuriosito ancor più per essere particolarmente suggestivo nelle figure apparse sulle insegne stemmarie, spesso enigmatiche, evocative del nome di alcuni membri della famiglia o del capostipite o persino di fatti gloriosi, per i motti e per i loro legami con le Sacre scritture, con la letteratura classica o moraleggiante. Chi ha modo di approfondire lo studio dei vari stemmi dei Manfredi, le monete e le ceramiche faentine dell’epoca come anche i vasi da speziale, usati per conservare i semplici (semi, radici e foglie di singole piante medicinali, oli essenziali estratti da singole piante, singoli minerali polverizzati) o i composti (preparazioni galeniche, miscele di oli essenziali per confezionare unguenti e profumi per la persona e anche aromi per la cucina), trova immancabilmente insieme ai simboli associati la figura del rinomato strumento del salasso, che permette il prelievo di quantità a volte anche considerevoli di sangue da un paziente per ridurne l’apporto nelle arterie, secondo una pratica medica accettata e persistita lungo tutto il Medioevo ma documentata a Faenza almeno fino al 1759-60, quando il medico Giovanni Battista Borsieri lo applica in occasione della febbre epidemica che lacera la città. Il salasso è effettuato dal barbiere di una volta, in quanto considerato anche mezzo medico che, oltre ad occuparsi di barba e capelli, opera come ‘cerusico’, tira denti e pratica la ‘sagnatura’, cioè tirava il sangue a chi ne aveva bisogno con dei sistemi e degli strumenti alquanto particolari come coltelletti e lancette che ritroviamo nell’impresa manfrediana.

L’origine del salasso

Nell’opuscolo De minutione sanguinis, sive de phlebotomia,attribuito a Beda il Venerabile (674-715 d.C.), si spiega che il salasso è l’inizio della salute (phlebotomia initium est salutis): rischiara la mente (mentem sincerat), acumina la memoria (memoriam praebet), purga la vescica (vissicam purgat),essicca il cervello (cerebrum exsiccat), scalda il midollo (medullam calefacit), attiva l’udito (auditum aperit),riduce le lacrime (lacrimes stringit), toglie la nausea(fastidium tollit),purifica lo stomaco(ventriculum purificat),favorisce la digestione(digestionem invitat), dispone al sonno (sensum dirigit ad somnum)e si crede renda più lunga la vita(facere longiorem vitam creditur). Al salasso, insomma, la tradizione medica altomedievale — che non manca di recuperare le tracce più remote della storia finanche nelle società arcaiche dei Mesopotamici e degli Egizi — attribuisce importanti effetti benefici sull’organismo. Il termine ‘salassare’trova la sua origine nel latino ‘laxare sanguinem’, ossia ‘far scorrere il sangue’. In realtà, si capirà molto più avanti nei secoli che la pratica del salasso nella medicina umana e veterinaria è da considerarsi quanto di più scorretto tra le pratiche mediche possibili.

Immagine di un salasso, ritratto nel capolettera di un manoscritto inglese del XIV-XV sec.

Il Fasciculo de medicina: il primo libro stampato con illustrazioni anatomiche

Il salasso nel Medioevo è considerato il rimedio a svariati malesseri (asma, emottisi, contusioni, tosse, consunzione, contusioni, convulsioni, crampi, sordità, delirio, epilessia, vertigini, gotta, tosse asinina, idrocefalo, cefalea, intossicazione, sonnolenza, demenza, morbillo, paralisi, reumatismo, sciatica, respiro affannoso e mal di gola) ed è affidato prevalentemente ai barbieri-cerusici come si è detto, gli stessi che si impiegano per ricomporre le fratture e incidere gli ascessi. La pratica del salasso viene altresì attestata dalla circolazione di opere notevoli come quella del medico tedesco Johannes de Ketham, noto anche con il nome di Johannes von Kirchheim o di Hans von Kircheim di Svevia, trapiantato in Italia alla fine del XV sec. ma che pratica a Vienna intorno al 1460: le opere come quelle del Ketham sono arricchite con illustrazioni di figure anatomiche astrologiche, che riportano in modo dettagliato i punti cui applicare il salasso. Sarà proprio l’opera di Ketham, il Fasciculo de medicina, a rivelarsi nel giro di pochi anni una sorta di best seller del genere editoriale, circolando in una traduzione in volgare a opera di Sebastiano Manilio: il monumentale Fasciculus medicinaerisulta tra l’altro utilizzato dal professore come florilegio delle sue lezioni, raccomandandolo ai suoi allievi di medicina dell’Università viennese.

Figura anatomica astrologica, tratta dal trattato medico astrologico di Johannes de Ketham, Fasciculo de medicina, Venezia 1494.

L’opera viene pubblicata per la prima volta per i torchi tipografici di Giorgio da Monferrato nel 1491, ma ben presto riscuote un gran successo, perché i fratelli Ioannes e Gregorius de Gregorijs iniziano una seconda edizione nel 1493. Sotto la guida dello stampatore Sebastiano Manilio, questa seconda edizione viene tradotta in italiano includendo molte altre notevoli differenze: l’aggiunta di quattro nuove immagini, due nuovi testi e la rielaborazione del disegno di cinque delle sei immagini originali. Queste xilografie aggiornate, che mostrano l’influenza di artisti veneziani contemporanei come Giovanni Bellini e Andrea Mantegna, riflettono l’estetica mutevole del periodo. In generale, queste immagini includono figure muscolose e classicizzanti, con particolare efficacia sulle proporzioni, sullo sfondo e sulla prospettiva, facendo risultare così il Fasciculus il primo libro stampato con illustrazioni anatomiche. La traduzione italiana racchiude illustrazioni realizzate con nuovi intagli di legno di qualità superiore rispetto alla vecchia edizione latina, nonché alcune nuove illustrazioni e nuovi testi. Il testo stesso è in realtà una raccolta di brevi trattati medici curata da Ketham, molti dei quali risalgono al periodo medievale. Si intende bene come ad ogni parte anatomica corrisponda un segno zodiacale, accompagnato da una didascalia che chiarisce gli influssi sulla relativa parte anatomica.

Perché i Manfredi hanno scelto un particolare così intenso e sanguinolento?

Scena di un salasso, tratto da: Trattato medico, sec XV, ms Dd.10.68, Cambridge University Library.

L’emblema manfrediano rappresenta, quindi, una ferita aperta e stillante sangue, sovrapposta al temperino del flebotomo per i salassi che, generalmente, risulta ben disegnato, sebbene con qualche variante rispetto ad altri esempi conservati dal tempo, come attesta la bellissima miniatura di un trattato medico ebraico che circola negli ambienti medici padovani del XV secolo, suddiviso in cinque parti, che ascrive l’originaria paternità al rabbino e tosafista francese Isaac ben Joseph di Corbeil (†1280) e si occupa principalmente di medicina e farmacologia, ma anche di esami di astronomia (astrologia) e divinazione; o come illustra pure la raffinata figura miniata nel ‘Codex Schürstab’ (1472), conservata nella Zentralbibliothek di Zurigo.

Salasso, miniatura tratta dal ‘Codex Schürstab’ (1472), Zentralbibliothek, Zurigo.

Nel nostro salasso, quello cioè preso in esame in relazione all’araldica manfrediana, non manca generalmente anche il gallo che canta e la palma fiorita, come viene riprodotto nel medaglione in pietra serena della Pinacoteca comunale di Faenza, entrambi riconducibili al principe Galeotto Manfredi. Sono stati in molti — anche tra gli studiosi locali — a chiedersi come mai Galeotto Manfredi, alla dulcissima Gens Manfreda abbia concesso di assumere nella loro impresa un particolare così intenso e sanguinolento. Il particolare araldico, molto interessante, sollecita alcune brevi riflessioni.

Impresa araldica di Astorgio I Manfredi, sec. XIV, arenaria, cm. 85×70

Il capostipite dei Manfredi: le origini da barbitonsore o chirurgo

L’impresa col salasso è già in uso presso i Manfredi fin dai primi tempi della loro attività politica sul territorio cittadino, ma in modo più marcato dalla fine del Trecento, esibito a ornamento delle insegne militari. Partendo da questa constatazione che vede concordi gli storici, è possibile che l’impresa manfrediana del salasso voglia in modo più ragionevole ricondursi a un ricordo storico-familiare, fissatosi nell’impresa fin dai tempi più remoti. Non scarterei l’ipotesi di un ricordo professionale, riguardante qualche antenato simbolicamente illustrato nella figurazione. Verso il Mille circa, infatti, la famiglia Manfredi — se dobbiamo dar credito al cronista Giovanni de Mussi (Piacenza, sec. XIV-XV) pubblicato dal Muratori — risiede già in Faenza e discende da un giovane e capace cavaliere ‘Manfredi de Regio’, che presso la corte dell’imperatore di Bisanzio Costanzo, nel IV secolo d.C., si innamora e sposa sua figlia Euride, dalla cui stirpe discendono diversi rami, come i Manfredi di Faenza, «de qua Domo descenderunt multi nobiles, sicut … Manfredi de Faventia, qui sunt domini dictæ Civitatis Faventiæ … Omnes isti vocantur filii Manfredi de Regio». Questo personaggio — che innegabilmente si perde tra i veli della leggenda — non è un titolato, ma un barbitonsore o forse un chirurgo, bello di aspetto e fortunato in amore. Da quella felice coppia sarebbero discese illustri famiglie, fra cui proprio quella dei Manfredi di Faenza.

«Qui sic vocantur propter causam istam. Dicitur quod fuit quidam barbitonsor, qui Manfredus vocabatur, qui erat valde, pulcher aspectu et pervenit ad manus eius quædam mulier pulchra valde et aspectu decora, et videbatur tota nobilis, dato quod esset facta omnibus communis» (Chronicon Placentinum, in Rerum italicarum scriptores, vol. 17, col. 565)

A ricordo del capostipite fortunato e intraprendente è molto probabile che sia rimasta impressa proprio la raffigurazione dello strumento più comprensibilmente a lui riconducibile, tramandato appunto nell’impresa manfrediana con la lancetta del salasso, che attesta adesso il chiaro significato storico, accettato e conservato dai Manfredi, anche quando pervengono a una acclarata e robusta potenza sul territorio. Il delicato arnese che il buon Manfredo di Reggio aveva adoperato come chirurgo e presumibilmente deposto dopo le nozze tende a mitizzare quello stesso matrimonio, tanto che Astorgio I lo tiene talmente in serbo che lo vuole inserire nel proprio emblema quale segno identitario di un insigne e vetusto lignaggio.

Un significato, dunque, quello del salasso, che va addolcito e non per forza accostato alla violenza — come è possibile leggere anche sulle pagine ufficiali del sito del nostro Palio del Niballo — riflessa nella «capacità della Signoria di ‘cavar sangue’ a chi si opponeva al loro potere»: mi chiedo se potessero mai i Manfredi eternare un significato così spietato del proprio casato, della propria azione politica e militare, proprio loro, vicari del Papa in terra di Romagna! Mi sembra eccessivamente avventato e debole questo tipo di approccio interpretativo: rimarcherei piuttosto l’orgoglio di conquista e l’affermazione superba sul territorio, questo sì un prezioso ricordo familiare, che agli albori dell’età moderna vedrà estinguersi, per amara coincidenza, nel delitto e nel sangue con la tragica parabola discendente non solo di Galeotto ma anche di tutta la famiglia.

Tracce manfrediane per la città: i Palazzi della piazza di Faenza

Proseguiamo questo viaggio all’interno delle tracce manfrediane, spostandoci leggermente dal luogo dove ci eravamo lasciati. Il palazzo del Comune, posto in piazza del Popolo, conserva – nonostante gli interventi del Campidori, che nel 1721 creò l’appartamento del Governatore Pontificio, e i decori del 1728 ad opera del bolognese Vittorio Maria Bigari – alcuni elementi che possono aiutarci a ricostruire la sua precedente forma.

PALAZZO MANFREDI: IL SIMBOLO DELLA SIGNORIA

Anzitutto sappiamo che esisteva un antico palazzo che aveva un fronte sulla piazza “del pietrone”, e il lato lungo che costeggiava il voltone della Molinella: alcuni antichi documenti notarili infatti parlano di stipule avvenute “presso il Palazzo del Comune”. Si trattava, sostanzialmente, dell’area che occupa attualmente lo scalone d’ingresso (sia dal lato di piazza Nenni che dalla piazza del Popolo) e di una porzione del Salone delle Bandiere.

Il primo intervento, in ordine cronologico, è attribuibile ad Astorgio I Manfredi (1345-1405), che nel XIV secolo diede una prima impostazione al palazzo che diverrà, successivamente, sua residenza e dei suoi successori. Tuttavia fu solo con Carlo II Manfredi (1439-1484) che si accelerò la risistemazione dello stesso, all’interno di un disegno più ampio di “rinnovamento della città” che tanto scompiglio avrebbe creato a Faenza per la radicalità dei suoi interventi.

Nel 1470 Carlo fece demolire l’antico voltone gotico (voluto dal bisavolo Astorgio nel 1394) e lo fece sostituire con uno nuovo, tra corso Mazzini e l’attuale Voltone della Molinella. Successivamente fece realizzare, sulla porzione del proprio palazzo, due colonnati (uno sovrapposto all’altro) che saranno poi ripresi tra il XVIII ed il XIX secolo, completando il giro non solo del Palazzo del Governatore, ma che saranno anche apportati al palazzo del Podestà. Il signore di Faenza si diede inoltre ad abbellire la piazza, levando l’antico retaggio del “pietrone” posto al centro della stessa e dove i pubblici penitenti per reati fiscali dovevano battere le proprie terga come punizione per le proprie malefatte.

Ma presto la signoria di Carlo II rovinò: egli fu cacciato nel 1477 assieme al fratello, il vescovo Federico, anche a causa dei suoi interventi di razionalizzazione della città. La distruzione dei numerosi portici di legno che si affacciavano sulle vie cittadine, oltre al ridimensionamento di alcune botteghe, avevano fatto scattare una scintilla inestinguibile, con la quale il popolo si ribellò al suo Signore e lo sostituì col fratello Galetto.

Oggi il palazzo del Comune, oltre al colonnato, presenta ancora interessanti tracce del passato medievale: il salone delle bandiere, col suo soffitto a cassettoni; la cimasa dello stesso, dove sono riportati alcuni blasoni delle più importanti casate cittadine; la bifora, in pietra locale.

IL PALAZZO DEL PODESTA’: IL TERZO POTERE FAENTINO

Il palazzo del Podestà è opposto al palazzo del Comune. Non è un caso: in una sorta di geografia politica della città, nella piazza i tre poteri si spartivano gli spazi. Da un lato il vescovo, dall’altro la Signoria e dal lato opposto a quest’ultima il Popolo.

Il podestà è una figura che nasce dalla crisi del primo governo comunale (retto da un consiglio composto da sei a dodici membri) ed è volto a dare nuova vitalità a questa straordinaria storia che si sviluppa nel nord Italia. A Faenza l’ufficio podestarile è istituito a metà del XII secolo: l’elenco dei podestà ci fa capire l’influenza che le altre città avevano su Faenza, e in che rapporti essa era con la fazione guelfa o ghibellina. Non solo. Non si pensi che con l’arrivo della signoria manfreda il podestà perdette tutte le sue prerogative di giudice e di legislatore: il più famoso dei podestà faentini, Franco Sacchetti, fu in carica nel 1396, mentre era signore della città Astorgio I Manfredi.

Questo palazzo è, insomma, una testimonianza del sistema politico dell’epoca. Ma com’era durante il periodo medievale? Sulla data di costruzione nutriamo alcuni dubbi: recentemente è stata ipotizzata come data di termine dei lavori il 1175, poiché è conservata una pergamena che afferma come fosse stata vergata “nel palazzo del podestà di Faenza”. Inoltre, in quell’epoca, la struttura doveva essere molto più imponente rispetto ad oggi. Come il palazzo del Comune, al primo piano ospitava numerose botteghe, che furono smantellate durante la risistemazione della piazza ad opera di Carlo II. Nel piano superiore vi era la stanza del Vicario del Podestà, mentre rimangono ancora intatti i finestroni romanici (sono pentafore e trifore), anch’esse in pietra locale, che lasciano passare la luce nel grande stanzone, culminanti in archi in laterizio. Le cronache poi riportano che nel 1270 venne abbattuta la scala che faceva salire al piano superiore per fare posto al balcone del palazzo detto “dell’arengario”, cioè da dove si arringano le folle. Un’altra scala, fu eretta pochi anni dopo, e fu detta “dei baratti”, poiché ai suoi piedi si svolgevano i giochi d’azzardo. Come detto, oggi rimane una porzione del palazzo originale: esso infatti giungeva sino all’attuale via Marescalchi, mentre internamente aveva due corti divise da una via che si apriva sino alla piazza del Popolo. Vi era una torre, con una campana, che chiamava all’adunata i cittadini in armi. Il podestà aveva il suo appartamento nell’angolo con l’attuale corso Saffi, e nello stesso palazzo trovava posto una chiesa e, soprattutto, le carceri e le stalle.

Nel Settecento il palazzo venne ridimensionato, e il grande salone venne adibito a teatro pubblico. Molte delle strutture precedenti vennero atterrate o riutilizzate. Inoltre nel novecento altri importanti interventi – con la consulenza del bolognese Alfonso Rubiani – portano al ripristino della sala grande e dei finestroni, pur con demistificazioni di questa struttura che, nel tempo, aveva mantenuto intatto il suo sapore di medioevo.

Mattia Randi

Tracce manfrediane per la città: cosa resta della “dulcissima gens Manfreda”

duomo-faenza

La città di Faenza è notissima, oltre che per la sua produzione ceramica, anche per l’alto numero di edifici neoclassici. In ogni corso si affacciano case private con timpani misurati, forme calibrate, leggere e lontane da ogni orpello barocco. Ciò è il frutto di una grossa spinta edilizia che si ebbe nel periodo compreso tra la fine del Settecento e l’Ottocento. Con questi interventi, la vecchia città medievale venne in parte smantellata: il caso più significativo è quello della rocca presso Porta Imolese, la quale, per volontà del vescovo Cantoni, venne trasformata nel 1753 nell’ospedale cittadino.
Che fine ha fatto la gloria della città medievale, che diede lustro ai Manfredi e che viene rievocata ogni anno in occasione del Palio? È stata anch’essa spazzata via nel corso dei lavori settecenteschi come la rocca?
Intraprendiamo allora un viaggio volto a riscoprire le tracce urbanistiche e architettoniche lasciate intatte ed uscite dalla volontà della Signoria faentina. Vedremo allora come un cittadino faentino dell’epoca avrebbe potuto osservare la propria città e come si presenta invece oggi. Sarà come usare una macchina del tempo e quindi non resta che dirci “buon viaggio!”

San Girolamo dell’Osservanza

Donatello, San Girolamo, Faenza, Pinacoteca comunale.

Tra le cento opere portate nel 2015 all’Expò di Milano, Faenza era rappresentata da un statuetta di 141 centimetri d’altezza in legno policromo raffigurante San Girolamo penitente nel deserto. L’opera, attribuita dallo stesso Vasari a Donatello, era destinata ad un luogo preciso: la chiesa, appunto, di San Girolamo in Faenza. Il manufatto era il risultato di una importante committenza, attribuita al signore di Faenza Astorgio II, che voleva omaggiare il santo a cui era intitolata la chiesa dove si fece seppellire (1468).
Il primo luogo di questo ipotetico viaggio in una Faenza “manfreda” parte da qui, fuori le mura.
Dove oggi c’è la chiesa di San Girolamo dell’Osservanza sorgeva – probabilmente dal XII secolo – un antico monastero, abbandonato perché fatto oggetto di scorribande durante alcune azioni militari contro la città. Rimasto inutilizzato, il luogo di culto venne allora preso sotto la tutela dei Manfredi, i quali chiesero al papa Eugenio IV di concedere questa chiesa ai frati francescani. I signori di Faenza, come molte altre signorie, avevano un discreto interesse verso gli ordini mendicati: sappiamo infatti che proprio i seguaci di san Francesco godevano di una fiducia tale che a loro era affidato lo “scrigno del comune di Faenza, che era sopra la sacrestia di San Francesco”.

Con una solenne cerimonia, nel giugno del 1444 venne insediata a Faenza una famiglia di minori osservanti, i quali presero possesso della chiesa rinominata col titolo di san Girolamo. In questo edificio sono due i principali interventi voluti dai Manfredi. Il primo, come si è detto, è la sepoltura di Astorgio II e di sua moglie, Giovanna da Cunio. Come oggi, il visitatore medievale, entrato nella chiesa, avrebbe trovato la lapide sotto ai piedi della porta principale. Oggi la lastra è stata levata dal pavimento e murata: non ci dice più nulla, perché le tracce sono sbiadite dal continuo calpestio, mentre al suo posto è stata messa una nuova lapide in marmo con caratteri moderni.

Il secondo intervento invece fu portato dal vescovo Federico, l’odiato figlio di Astorgio II: va detto che la chiesa attuale è diversa da come si sarebbe presentata ad un visitatore del medioevo. A descrivere il suo originale stato restano dei disegni di Romolo Liverani oggi conservati presso la Pinacoteca Comunale ed una mappa, ritrovata a Bologna nel 1984. In origine infatti la chiesa aveva sei cappelle più la cappella maggiore che fungeva da coro: oggi invece, una cappella è divenuta ufficio del custode, mentre un’altra è stata usata come ingresso alla camera mortuaria. Non sappiamo bene dove si trovassero in origine, ma oggi la cappella del Santissimo Sacramento presenta tre elementi in pietra serena, posti nell’arco che separa le due cappelle in epoca successiva. A sinistra si vede un uccello che tenta di spiccare il volo, ma è vincolato ad una colonna; a destra un altro volatile tiene tra gli artigli una tartaruga. In ambedue i medaglioni (di circa 80 cm di diametro) la seconda fascia della cornice racchiude la scritta “Federico Manfredi Vescovo di Faenza pose”. Il lastrone centrale invece è composto di due parti: la parte superiore racchiude un dromedario sarcinato (cioè col capo nascosto, in questo caso, da un elmo a forma di montone – uno dei simboli del vescovo), mentre la parte inferiore contiene la scritta dedicatoria della cappella.

In entrambi i medaglioni di San Girolamo i cartigli sono stati probabilmente ridipinti, così come gli uccelli che hanno assunto la coloritura di una colomba e di un’aquila: anche i cartigli probabilmente furono manipolati nei lavori del XIX secolo. Oggi il primo animale riporta il motto “ai puri di cuore” (rectis corde, in latino), il secondo invece “l’intelligenza supera la forza” (ingenius superat vires). Questi tre elementi sarebbero stati messi in relazione dal visitatore medievale con un’altra opera federiciana, forse la più famosa e grandiosa: tre medaglioni questa volta maiolicati dai Della Robbia, infatti, erano pronti per essere innalzati nelle cappelle del Duomo di Faenza.

La Cattedrale di San Pietro

La cattedrale di San Pietro di Faenza ha sempre affascinato gli studiosi di storia e di arte. La struttura già fa intuire – e faceva intuire al visitatore medievale – la volontà del committente: la razionale geometria delle forme, entro figure inscrivibili sia nella facciata che nella pianta dell’edificio, il ritmo costante ed uguale che dona armonia è riscontrabile solamente nella culla dell’arte rinascimentale, Firenze. Proprio dal capoluogo toscano veniva infatti il primo architetto, già allievo e continuatore di Brunelleschi, Giuliano da Maiano, alle cui dipendenze lavorò il fratello per realizzare la cappella di San Savino (a sinistra dell’altar maggiore) e del maestro Mariotto, e successivamente sostituito da Lapo di Pagno di Lapo Portigiani.

La vicenda costruttiva è assai lunga e tormentata: iniziato il transetto nel 1474, dopo la cacciata di Federico nel 1477 la realizzazione è portata avanti dal terzo fratello, Galeotto, che terminò l’abside ed una parte delle cappelle, ma poi, complici le travagliate vicende che seguirono la fine della signoria, i lavori furono interrotti per essere ripresi solo nel 1507, con la costruzione dell’ingresso e della facciata nel 1526, quest’ultima lasciata in pietra viva, pronta ad accogliere il marmo di copertura.

La cosa più singolare è che ancora oggi possiamo leggere la fase realizzativa – come lo poteva fare il nostro visitatore medievale – attraverso i tondi maiolicati o in pietra affrescata presenti nelle singole volte. Si passa infatti dalle insegne federiciane sulle parti iniziali, a quelle di Galeotto con la sua palma nella terza volta della navata centrale venendo dall’ingresso, a quello della famiglia Utili nella seconda volta, infine, nella volta d’ingresso, la municipalità di Faenza assume il ruolo di ultimo committente e si fa ricordare con un tondo con lo stemma municipale del leone rampante.

Il nuovo Duomo e la sua lunga fabbrica furono il risultato di una spinta urbanistica che coinvolse Federico e, di più, il fratello Carlo II, signore della città. Furono infatti numerosi gli interventi in tutta la città, tra cui l’abbattimento di numerosi porticati in legno che addobbavano le vie faentine. Resta consegnato alla città un edificio uscito sia dalla necessità – il vecchio Duomo era in rovina – sia dalla volontà del vescovo Federico, della cui cupidigia e sete di ricchezza i cronisti raccontano, ma che comunque non ha intaccato la bellezza di un’opera tra le più significative dell’epoca.

E quando i Rioni entrano per omaggiare la Madonna delle Grazie, patrona della città, in realtà è un po’ come se tornassero nella loro casa: non c’è cornice più autentica del Duomo di San Pietro per le manifestazioni della giostra del Palio del Niballo…

(Continua)

Mattia Randi

La campagna nel rinascimento faentino

La sfilata storica della Bigorda e del Niballo, con i numerosi figuranti che indossano splendidi costumi, ci raccontano una Faenza rinascimentale fatta di “dame e cavalieri, armigeri e balestri”, per richiamare le parole dell’araldo del Palio. Tuttavia bisogna riconoscere che ai tempi della signoria dei Manfredi soltanto una piccola frazione della popolazione abitava in città (con tutta probabilità neanche 5.000 persone), ed erano nel complesso ancora meno coloro che si potevano permettere un tessuto di velluto damascato ornato di pelliccia. Allora, cosa voleva dire vivere da popolani in campagna verso la fine del Quattrocento?

Mezzadri o fideles, lavorando la terra d’altri

Innanzitutto, se foste vissuti nel contado faentino, potevate appartenere ad una delle seguenti classi sociali. Nel caso più fortunato avreste fatto parte della classe degli affittuari, i contadini che pagavano al proprietario del podere una tassa annuale, più una al rinnovo dell’affitto, dopo un certo lasso di tempo. In condizione leggermente peggiore troviamo gli uomini che detenevano la terra con la spartizione dei prodotti, presentandone una parte dei suoi frutti al signore. Le ordinanze dei Comuni romagnoli stabilivano più o meno che un contadino dovesse dare metà del prodotto agricolo al padrone, da cui il termine mezzadri. Sia ben chiaro, un mezzadro non può trebbiare o vendemmiare senza il consenso del signore, e se non fertilizzavano o lavoravano malamente, spesso dovevano risarcire il padrone per la mancata produzione.

Un gradino più sotto abbiamo poi i fideles, la servitù che, pur non essendo vincolata strettamente ad un pezzo di terra, giurava “fidelitatem, servitutem ed vassallaticum” ad un signore locale. I tipici obblighi feudali prevedevano il pagamento di imposte in denaro o in natura, l’assoggettamento alla giustizia decretata dal vassallo e l’assolvimento di obblighi militari. Questa forma di vassallaggio era ancora presente nel Quattrocento soprattutto in collina, dove il dovere di prestare in armi per il signore rappresentava una formidabile risorsa politica e militare: proprio i valligiani del Lamone, i temibili “brisighelli”, giunsero più volte in soccorso ai Manfredi. Infine, i più miserevoli fra i lavoratori della terra erano i braccianti, i prestatori di opere giornaliere, spesso a base stagionale: falciatori, mietitori di grano, trebbiatori. Gli statuti di Faenza prevedevano un salario massimo e stabilivano inoltre che i braccianti che vivevano in città andassero direttamente al lavoro all’alba, per tornare poi alla chiusura delle porte cittadine.

La dura vita nei campi

Indipendentemente dal rapporto che legava il lavoratore al proprietario della terra, fosse egli un importante signore della città, un castellano oppure un vescovo o un abate, la vita di un contadino e della sua famiglia era scandita dal ritmo delle coltivazioni. Durante l’inverno, che iniziava attorno al periodo di San Martino, il contadino usciva dalla sua casa col tetto di paglia per scavare i canali di drenaggio dei campi e dei boschi, spidocchiare gli ulivi, potare gli alberi per farne legna da ardere, riparare i carri e gli attrezzi da lavoro. A primavera, con la rinascita delle piante, si potavano e si piantavano le viti, si sfalciavano i prati, si tosavano le pecore, si seminava il grano marzolino, il lino, le fave, il miglio. In estate veniva il momento vero della produzione agricola, e la giornata lavorativa si allungava: si mieteva il grano, si accatastavano i covoni e si tagliavano il lino e la canapa. In autunno, dopo aver estirpato le radici del grano, si arava e si fertilizzava, si trebbiava il grano nelle aie per ricavare i chicchi, si vendemmiava e si raccoglievano i frutti e le olive. Chi ne aveva possibilità recuperava il miele dagli alveari e raccoglieva le castagne. Insomma, non si stava mai con le mani in mano.

La campagna, fonte della ricchezza cittadina

Malgrado le condizioni di vita e di lavoro dei contadini non fossero delle migliori, era proprio la produzione agricola che rappresentava il maggior valore del contado faentino. Se le piane di Romagna sono definite “ubertose” (molto produttive) dal banditore del Palio, nelle fonti del Trecento e del Quattrocento troviamo conferma di queste parole: il lino (prodotto a Faenza sin dal periodo romano), la vite (il Moscatello, il Famoso-Uva Rambela, il Centesimino e soprattutto l’Albana bianco erano già noti e apprezzati), le fave, il miglio, l’orzo, la spelta (una varietà di farro) e il frumento erano coltivati assai abbondantemente. In particolare proprio il grano rappresentava un punto di forza di Faenza, e nel 1504 se ne producevano 130.000 staia, circa 80.000 sacchi, di cui più della metà destinati all’esportazione verso Bologna e Firenze.

Le prime colline non erano da meno, con ancora filari di vite, fichi ed olivi, anche se di certo non erano così numerose come oggi le succose pesche romagnole, e a maggior ragione non si poteva incontrare neanche un kiwi.

Più su, verso gli Appennini, la produttività del terreno cala drasticamente, dal momento in cui le montagne erano compattamente rivestite di querce, faggi e castagni. A fianco a qualche cereale più resistente, in questi luoghi trovavamo nutriti greggi di pecore, ed anche le castagne, già ricordate in precedenza, rappresentavano una fonte di sostentamento importante. Con la consapevolezza però che ogni capriccio della natura – una carestia, una gelata, l’esondazione di un fiume – rappresentavano una vera minaccia per il benessere del contadino. Anche per questo erano abbondanti le superstizioni volte al favorire il raccolto e garantire la procreazione, particolarmente diffuse nei mesi di marzo e novembre, periodi di transizione.

Andrea Piazza

Per saperne di più: Signorie di Romagna, di John Larner