Sulle tracce del palio negli statuti faentini del ‘500

Tra il 1943 e il 1999 veniva pubblicato, ad opera di Corrado Chelazzi, il “Catalogo della raccolta di statuti, consuetudini, leggi, decreti, ordini e privilegi dei comuni, delle associazioni e degli enti locali italiani dal Medioevo alla fine del secolo XVIII”, un monumento documentale che attestava l’identificazione, all’interno della Biblioteca del Senato della Repubblica in Roma, di un fondo storico tra i più notevoli in Italia, ovvero la più importante raccolta, sul piano nazionale, di manoscritti, incunaboli e migliaia di edizioni a stampa dei secoli XVI-XX, contenenti gli statuti dei Comuni e delle corporazioni dal tardo medioevo alla fine del XVIII secolo.

Sfogliando il catalogo, è possibile imbattersi nella edizione a stampa degli Statuti di Faenza del 1527, per altro ancora oggi leggibili in una vecchia tiratura della Zanichelli del 1930, curata da mons. Giuseppe Rossini sotto la direzione di Giosue Carducci: in realtà si tratta della V parte del 28° tomo della ristampa muratoriana dei “Rerum Italicarum Scriptores”.

Tracce del Niballo: uno schizzo negli Statuti faentini

La pagina del Catalogo della raccolta di statuti della Biblioteca del Senato della Repubblica, che riguarda Clemente VII e il ritratto del Niballo, edizione del 1527.

A proposito del testimone del Senato, dato alle stampe a Faenza la vigilia di Natale del 1527 sotto i torchi di Giovanni Maria Simonetta, vale la pena soffermarsi sulla carta di dedica al Regnante sanctissimo in Christo Patre, et domino nostro d. Clemente papa septimo, sulla quale figura uno schizzo a penna di color scuro, che riproduce praticamente in modo inequivocabile il profilo di quello che oggi noi ereditiamo con il nome di Niballo, antroponimo equivalente ad Annibale, da cui il gergale Aniballo, la ben nota sagoma a mezzo busto raffigurante il saracino, il moro, nemico per antonomasia dei cavalieri cristiani in età medioevale.

L’ignoto ritrattista, che per ragioni da chiarire in altra sede andrebbe, a nostro giudizio, collocato in un arco temporale più vicino a noi (molto probabilmente alla prima metà del XIX secolo), riproduce altresì in modo pressoché accurato quelli che potrebbero essere gli elementi costitutivi e diciamo permanenti del campo della giostra: in modo particolare merita una riflessione il rapido tratteggio della lettera capitale “H” dell’incipit proemiale “Humanas leges mortalibus divinitus tradita esse”.

La minuziosa descrizione in lingua latina delle scenografiche feste del palio nel VI libro degli Statuti faentini, alle rubriche 43-44, sono prova ulteriore della intraprendenza della signoria faentina nel confezionare il proprio corpus legislativo per la comunità urbana.

Frontespizio degli Statuti di Faenza, edizione del 1527.

L’occorrenza di questa notizia non è data unicamente nella cornice del palio: in verità è legata al fatto che preme evidenziare che la storia locale faentina urge di una maggiore sensibilità alla ricerca storica, per riscoprire le fonti, meravigliose tracce del passato da far rivivere nel mondo contemporaneo.

Michele Orlando

Gian Franco Ricci: le leggende non muoiono mai, il ricordo di Gianni Albonetti

Il ricordo dell’uomo e del cavaliere, a vent’anni dalla prematura scomparsa. Domenica 20 maggio al Rione Rosso è stata inaugurata la mostra dedicata all’indimenticato Gian Franco Ricci, simbolo non solo del rione di porta Imolese ma di tutto il Niballo Palio di Faenza. All’interno della esposizione sono raccolte foto, costumi e altro materiale documentario capaci di raccontare la vita e le gesta del cavaliere capaci di vincere tra gli anni ’60 e ’70 ben dieci edizioni del Niballo, anche se la fama e le gesta di Ricci non si fermano certo alla giostra faentina, ma sono arrivate in tutta Italia, dove ha impresso il suo nome nelle giostre più importanti. La mostra è ancora visitabile dal 18 al 22 giugno dalle ore 20-22.30; sabato 23 e domenica 24 giugno ore 10-12.

Gian Franco Ricci è scomparso il 15 aprile 1998 a soli 56 anni ed è tutt’ora ricordato come il miglior cavaliere espresso dalla scuola equestre di Faenza. Oltre al tanto materiale esposto, durante l’inaugurazione è Gianni Albonetti, uno dei suoi più importanti collaboratori, a ricordarci la sua figura. Gianni lo affiancava nella preparazione dei cavalli, gli dava una mano in tutto e seguiva le gare con lui.

Intervista a Gianni Albonetti

Gianni Albonetti (a sinistra) e Gian Franco Ricci (a destra).

«Ho un ricordo bellissimo di Gian Franco, per me era più che un fratello. Ho vissuto tantissime serate con lui, in campagna con i cavalli, durante le quali capivi tutte le sue sensazioni ed emozioni mentre si preparava alle gare. L’ho conosciuto nel ’62, anche se all’epoca io ero di un altro rione». Nel ’72 Gian Franco Ricci, dopo dieci edizioni del Palio del Niballo vinte, lascia il Rione Rosso. All’epoca, dopo essere stato fermo due anni, il cavaliere poteva avere la possibilità di correre per un altro rione, mentre oggi il regolamento del Palio di Faenza prevede che il cavaliere, una volta corso il Palio con un rione, sia vincolato a vita ad esso. Non era così dunque allora, e Gian Franco Ricci approda dopo due anni di stop al Rione Verde, dove ha corso tre anni. Ed è in questa fase che inizia la vera e propria amicizia, prima ancora che collaborazione, con Gianni, che da lì in poi l’avrebbe seguito ovunque, condividendo con lui le gioie, le sconfitte e le (tante) vittorie. Nel ’75 Ricci lasciò il Rione Verde, ma Gianni Albonetti lo seguì un tutte le sue gare più importanti d’Italia: da Ascoli a Foligno passando per Arezzo. «E’ stata un’avventura bellissima – commenta Gianni – trascorrevo le mie ferie affiancandolo nelle gare, prendevo su con la famiglia e partivamo al suo fianco. Ho vissuto momenti indimenticabili: ne è valsa davvero la pena».

“Quella volta che la cavalla scivolava…”: i ‘segreti’ di Gian Franco Ricci

Perché vinceva sempre Gian Franco Ricci? Quale era il suo segreto? «Oltre all’estro e alla tecnica, aveva qualcosa in più – spiega Gianni – Cercava sempre di capire il perché delle cose sopratutto quando non andavano bene. Per esempio, avevamo una cavalla alla giostra di Foligno con la quale doveva correre. Questa cavalla, correndo sulla pista, scivolava in continuazione. Come ogni persona ha il suo modo di correre, lo stesso è per i cavalli, e lei aveva difficoltà a stare in piedi sulla pista». Gian Franco Ricci e Gianni Albonetti non si fermano alla prima difficoltà, e cercano una soluzione. «Un giorno prendemmo la cavalla e la sferrammo per quattro volte pur di trovarle i ferri giusti». Un po’ come quando, con le macchina di corsa, devi trovare la gomma giusta, spiega Gianni. E da questa difficoltà, nacquero nuove idee e soluzioni. «Inventammo dei ferri scavati, era la prima volta che venivano adoperati, dopo li hanno usati in tanti». Con questa nuova idea, si presentano alla giostra di Foligno e, tra lo stupore di tutti, si vide la cavalla non avere alcun problema nella corsa, cosa inimmaginabile per quello  che si era visto durante le prove. «Mi accorsi che, quando hanno visto la cavalla che non scivolava, misero una telecamera a filmare per vedere come avevamo fatto con i ferri. C’è sempre stato qualcosa di innovativo nel nostro lavoro. Eravamo molto attenti anche a quello che facevano gli altri: anche il fantino che arriva ultimo in una giostra magari ha avuto comunque un’intuizione da prendere in considerazione. C’è sempre tutto da imparare, non si è mai arrivati».

Gli anni più belli di queste avventure e sfide, furono l’84-85: con sette gare in cui Gian Franco Ricci ottenne sette vittorie consecutive: tra Ascoli, Servigliano e Foligno, Castel del Rio. Nella mostra è presente anche la Coppa del 50° successo nelle giostre italiane ottenuto ad Ascoli a cui seguì una gran festa anche a Faenza.

La mostra è visitabile fino al giorno del 62° Palio del Niballo

Un legame così forte ha permesso a Gianni però di conoscere Gian Franco aldilà del lato puramente sportivo. «A livello umano era più di un fratello. Anche se a volte sembrava un po’ burbero era sempre disponibile a dare una mano per aiutare gli altri». Come quella volta ad Ascoli, quando alle 11 della mattina si presentò, prima di una gara che doveva svolgersi nel pomeriggio, il capo scuderia di un rione avversario, che chiese a Franco una mano. «Ci chiese di prestargli la cassetta dei ferri. Questo perché la loro cavalla, che doveva correre nel pomeriggio, si era cavata un ferro. Gian Franco rispose: “E il ferro chi glielo rimette su?”. Chiese questo perché il capo scuderia in questione non era proprio un esperto in questo, mentre Gian Franco aveva competenze anche nella ferratura. “Ah, glielo metteremo noi…” rispose il capo scuderia. Allora ci guardammo in faccia, io e Franco e lui disse “Prima che combiniate un casino, sarà meglio che venga io”. Un gesto umano, che ricordo con piacere ancora oggi». Come ci spiega Gianni, le leggende non muoiono mai.

Photogallery dell’inaugurazione alla mostra

Faenza calls world! Il progetto per conoscere i faentini nel mondo tramite il Niballo

Conoscere meglio le storie dei tanti faentini nel mondo e creare un network per aiutarli a sentirsi parte della propria comunità d’origine. È questo uno degli obiettivi del progetto “Faenza calls world: millenials back to their tradition in the digital era”, promosso dal Comune di Faenza e vincitore, al primo posto in graduatoria, di un finanziamento della Regione Emilia-Romagna nell’ambito della legge regionale 5/2015 a supporto della Consulta Emiliano-romagnoli nel mondo.

Il progetto vuole promuovere un percorso di indagine, che si svilupperà sino al prossimo dicembre, sulla realtà dei cittadini di Faenza emigrati all’estero, con un focus particolare sulle giovani generazioni, offrendo all’Amministrazione la possibilità di realizzare studi e analisi che approfondiscano il fenomeno combinando dati statistici, questionari, e analisi delle motivazioni che hanno portato questi cittadini a lasciare Faenza.

Nella prima fase del progetto un ruolo di primo piano è riservato al Niballo Palio di Faenza, manifestazione che tuttora innesca un forte legame tra i cittadini e la comunità di appartenenza, legame che nonostante la distanza geografica difficilmente si sconnette come testimoniano alcune delle prime storie raccolte. Sul sito paliodifaenza.it è possibile leggere per esempio le testimonianze di Gabriele Vergnana a Perth, in Australia, o quella di Carlotta Verita a Chicago: mondi lontani uniti dalla passione per il Palio.

Strumenti digitali e tradizionali per realizzare un grande racconto dei faentini all’estero

Faentini nel mondo, protagonisti e non semplici spettatori: il progetto, unendo la ricerca scientifica ad aspetti più social e interattivi, vuole dare un volto e una storia ai tanti faentini che si trovano nei vari Paesi del mondo. La promozione di un Contest Instagram legato al Palio del Niballo, le interviste di racconto, i questionari realizzati tramite un’App specifica, time2vote: sono questi alcuni degli strumenti digitali con i quali si vuole da un lato mantenere vivo il legame dei faentini con la propria città e dall’altro approfondire il fenomeno migratorio contemporaneo.

Si è riscontrato infatti che non esistono o non sono disponibili studi divulgativi che analizzino il trend in maniera specifica: il risultato è che, ad oggi, poco si conosce di questa popolazione di nuova emigrazione e risulta quindi difficoltoso non solo monitorare lo sviluppo del fenomeno stesso, ma anche raggiungere i nostri concittadini anche solo virtualmente.

Da queste prime analisi partiranno diverse iniziative – come la pubblicazione di una mappa multimediale online che monitori il fenomeno migratorio dei faentini all’estero – e si potrà concretamente vivere e costruire una comunità faentina nel mondo, a beneficio sia dei faentini all’estero sia della città stessa.

I dati raccolti in questi mesi saranno poi elaborati da Elena Festa, ricercatrice specializzata in Global Studies alla University of California, Santa Barbara, e verranno divulgati alla cittadinanza con eventi e approfondimenti specifici che si terranno tra novembre e dicembre.

Scatta una foto e vola a Faenza: il contest Instagram prorogato fino al 15 settembre 2018

Una foto per raccontare l’amore per la propria città e per il proprio Rione: il canale Instagram @niballo_paliodifaenza ha riservato una particolare sezione del proprio contest fotografico ai faentini all’estero; attraverso l’hashtag #niballonelmondo saranno raccolte tutte le foto dai faentini residenti oltre i confini nazionali che, nonostante la lontananza, testimonieranno in giro per il mondo la loro passione per il Palio e per il proprio Rione.

Visto l’interesse suscitato in queste prime settimane, si è deciso di prorogare il contest fino al 15 settembre 2018 per dare a tutti i faentini nel mondo la possibilità di partecipare. Una giuria selezionerà le foto vincitrici a cui verrà offerto un buono per un viaggio aereo a Faenza durante il mese del Palio e due accessi alla giostra del Niballo 2019. Regolamento dettagliato e specifiche su www.paliodifaenza.it.

 

Il progetto è promosso dal Comune di Faenza e ha come associazioni partner i cinque Rioni faentini (Borgo Durbecco, Rione Giallo, Rione Nero, Rione Rosso, Rione Verde), l’Associazione Emiliano-Romagnoli in Spagna, la città di Talavera de la Reina (Es) e il comitato gemellaggio Faenza-Bergerac della città di Bergerac (Fr).

‘Inalberar l’insegna’: il valore della bandiera tra Medioevo ed età moderna

Nell’opera erudita Della storia e della ragione d’ogni poesia (7 voll., 1739-52), al libro IV, lo storico gesuita Francesco Saverio Quadrio, spiegando come nei romanzi cavallereschi si associno ‘altre persone a’ Cavalieri […] e quali fossero i loro doveri e le loro armature’, rifacendosi alla lezione del coevo Muratori, arricchisce la figura del cavaliere del ruolo di banderajo, o banneret in francese, radicato nelle istituzioni cavalleresche e feudali, puntualizzando che esistono tre tipi di bandiere, quelle dei re e dei sovrani, quelle dei nobili, ricchi e tali da poter avere le prerogative a radunare attorno a sé altre famiglie di identico ceto ma secondo una interdipendenza vassallatica, e quelle dei signori minori, chiamate pennoncelli o pennoni.

Immagine (come quella di copertina) tratta da: La Bandiera, di Francesco Ferdinando Alfieri, Maestro d’Armi dell’Illustrissima Accademia Delia in Padova, 1638.

Il valore della bandiera

Valido e semplice strumento informativo e partecipativo nell’ambito della società medioevale, la bandiera ha innanzitutto valenza etica, diremmo esortativa, che nelle mani dell’alfiere, accompagnato dai tamburi che scandiscono le sequenze degli spostamenti delle milizie, incita a ben precise condotte destinate a dare rinnovata reputazione alla bellezza, alla virtù e alla nobiltà, una triade perfetta applicata dalla seconda metà del XIV sec. in senso estetico ed etico alla vita politica delle realtà signorili.

L’epoca comunale e delle crociate

Cavaliere con lancia in resta, Miniatura attribuita a Pacino di Buonaguida (XIV sec.), British Library, Royal 6 E IX, f. 24.

Durante il periodo comunale, in Italia, la bandiera è simbolo del Podestà, vessillo del Comune, gonfalone del Capitano del popolo, vexillum, quod Romani bandum appellant, confluito nelle consuetudini delle gerarchie feudali e, sin dal VI sec. d.C., di quelle ecclesiastiche. Per via delle crociate l’espansione dell’uso della bandiera è in relazione a una fitta rete di rapporti con tutti i territori non cristiani, che direttamente o mediamente da più lontane culture ne influenzano, condizionano e mutano forme e modi d’impiego: la cultura dinastico-sacrale dell’Islam, ad esempio, si mescola con lo sviluppo di una scienza araldica simbolica, che diviene sempre più manifestazione della coscienza della città, realizzando così una perfetta fusione tra il patriottismo cittadino e la tradizione comunale.

L’epoca signorile

Cavaliere con bigorda, Mostra permanente “Dulcissima gens Manfreda”, chiostro Bibl. Com. Manfrediana.

Agli albori dell’età moderna se il fenomeno sociale dell’incremento urbano e della riorganizzazione politica delle signorie alimenta una rinnovata esaltazione della bandiera, che rappresenta anche un gruppo professionale o una corporazione o arte (della lana, dei beccai, degli armaioli, dei sarti), nella cultura politico-militare di ancien régime invece non solo annuncia, anche con una ricca trattatistica, ‘la fortuna e la gloria delle battaglie’, quale straordinario mezzo che ‘forma le truppe e le centurie, le dispone ad intendere ed eseguire ‘l comando, le ritiene in ordinanza, e viene ad impiegar a tempo e senza confusione quelle parti dell’esercito che sanno di bisogno per acquistarsi la vittoria’ (Francesco Ferdinando Alfieri, La Picca e la Bandiera, Padova 1641), ma è anche occasione per ostentare maestria, gagliardia fisica e virtù cavalleresche proprie del ceto gentilizio.

La bandiera nel ‘600 e ‘700

È tra Sei e Settecento che la bandiera permette una definizione più decorativa, specie in periodi di pace, quando giochi equestri di ambito militare, parate, cavalcate, giostre e diverse altre cerimonie, come gli esercizi cavallereschi nei tornei di picca e di bandiera, vedono l’alfiere mostrare i vessilli di nobili, papi, città o eserciti, facendosi ammirare come un saltimbanco o un giocoliere della modernità per la sua destrezza, forza e leggiadria nell’‘inalberar lʼinsegna’.

Michele Orlando

#Niballonelmondo: Gabriele Vergnana, il Niballo nella terra dei canguri

La passione per i motori l’ha portato a viaggiare lontano, fino alla parte opposta del pianeta, in quella che lui stesso definisce «la città più isolata del mondo»: Perth, Australia Occidentale, una metropoli incastonata nei grandi spazi del continente oceanico. Ed è qui, nella lontana terra dei canguri, che vive ormai da tre anni Gabriele Vergnana, faentino classe ’80, che nonostante la lontananza è vicino con la testa e con il cuore a tutti i rionali del Nero. Tra i tanti oggetti portati con sé in ricordo dell’amata Faenza, non poteva mancare anche una bandiera del Rione, capace di sventolare a km e km di distanza. Dopo aver lavorato come capo meccanico per team come Minardi e Toro Rosso, tre anni fa Gabriele è partito per una nuova esperienza lavorativa in Australia, dove vive con la compagna Jennifer. E lo scorso 3 giugno, mentre quella bandiera col Pino marittimo – simbolo di Porta Ravegnana -, sventolava alta in un circuito australiano, un’altra bandiera sventolava in piazza del Popolo: quella di suo figlio Fernando nelle gare under 15 per il Torneo Giovanissimi Alfieri Bandieranti del Palio del Niballo. Due bandiere, un unico cuore.

Gabriele Vergnana, una vita tra i motori: “Se ripenso al successo di Vettel a Monza ho i brividi”

Due le grandi passioni di Gabriele: i motori e il Rione. E la prima si manifesta fin dall’infanzia: dai trattori utilizzati dalla famiglia nei campi, passando per gli scooter fino ad arrivare anni e anni dopo alla progettazione della… monoposto di Vettel, campione del mondo di F1. «La meccanica è da sempre stata una delle mie passioni – spiega Gabriele – i miei genitori erano contadini e io ‘ho fatto pratica’ inizialmente con i trattori di casa. Poi è arrivato il periodo dello scooter, che mi divertivo a montare e smontare». Dopo le scuole medie Gabriele ha studiato per un biennio da guardia forestale ad Arezzo per poi inserirsi nel mondo del lavoro, prima da Ghetti poi nel Minardi team. Ricorda ancora quando ho ricevuto il suo primo badge nell’allora Minardi, il n.82. Da lì è partita una bellissima storia ricca di soddisfazioni e lunga quindici anni, in Minardi come meccanico prima e in Toro Rosso come capo macchina poi. Tante le esperienze da ricordare in questo periodo, alcune da brividi, ai vertici della Formula 1 mondiale, come in quel 14 settembre 2008, una data storica. «Penso per esempio a quando ero capo meccanico a Monza quando Vettel vinse il Gran Premio: ho ancora la pelle d’oca». In seguito arrivano nuove sfide, tra cui una proposta di lavoro da parte di una nuova azienda australiana. «Era un progetto interessante – spiega Gabriele – e sono molto soddisfatto della scelta che ho fatto: nonostante la lontananza da casa faccio un lavoro che amo. Attualmente sono capo meccanico per una scuderia di macchine da corsa che si occupa di driving training, una scuola di pilotaggio. Abbiamo nove monoposto e quattro biposto».

La vita rionale è un’esperienza unica che ti lega tutta la vita

A 13 anni, per la prima volta, Gabriele suona per la prima volta la chiarina insieme agli altri compagni del Rione. Di questo momento ricorda una grande voglia di andare in piazza a suonare, lui ‘piccolo’ in mezzo a tutti quei grandi che guarda con ammirazione. Suonerà tante altre volte con loro, fino a diventare lui stesso un punto di riferimento per altri giovani. Un’esperienza intensa quella all’interno del gruppo storico del Rione Nero. «Ne ho fatto parte come chiarina dal 1993 al 2000, fino quando gli impegni lavorativi me l’hanno permesso. Tutti dovrebbero provare a partecipare alla vita di un Rione, è un’esperienza unica che ti lega per tutta la vita».

Quali sono gli aneddoti che ancora oggi vengono tramandati all’interno del gruppo rionale? «Eravamo ai campionati italiani di Massa, non mi ricordo esattamente l’anno – racconta Gabriele – ci trovavamo con tutti gli altri rioni in un ostello della chiesa e tutti i rioni si stavano preparando alla gara del giorno dopo. Quelli del rione Giallo non avevano abbastanza chiarine e io e un altro ragazzo del Nero, avendo un buon rapporto con loro, abbiamo suonato con quelli del Giallo suonando i loro pezzi. Finito di suonare con loro mi giro verso il nostro capo chiarine e gli dico ‘ma questa chiarina oggi non suona’, indicando il mio strumento. Vado per guardarci e dentro c’erano 200 lire e le chiavi della cassetta dove stava la chiarina: lui ormai mi uccideva, stavo per suonare ai campionati italiani con 200 lire un mazzo di chiavi dentro la chiarina. È stato un momento che ricordiamo tutti con il sorriso nel vecchio gruppo chiarine». Nonostante la lontananza, Gabriele ha portato la sua passione per il Palio in giro per il mondo «Cercavo di seguire il Palio in tutti i modi, anche durante le trasferte di Formula 1: di solito il Palio si svolgeva durante il Gran Premio del Canada e mi tenevo in contatto online con gli altri ragazzi del Nero, mi mandavano i video dallo stadio Bruno Neri». Qual è stata la vittoria più bella in tutti questi anni? «Ricordo con affetto una delle ultime vittorie – risponde Gabriele – molto probabilmente nel 2000. Abbiamo vinto nonostante io abbia steccato completamente l’ultima nota dell’esibizione, poi siamo andati a festeggiare e a bere assieme». Le vittorie, le sconfitte: tutto acquista un senso se a darglielo è un gruppo che crede in te.

“A Perth manca il senso della storia che c’è a Faenza e in Italia in generale”

Isolata – come detto – soleggiata e ventosa: sono questi i primi aggettivi che vengono in mente a Gabriele per descrivere Perth, 2 milioni di abitanti nell’Australia Occidentale e tante differenze, non solo per numero di km e abitanti, con Faenza. «Perth è la città più isolata del mondo: la città più vicina non è nemmeno in Australia, ma è Bali, tanto per intenderci. Inoltre è la prima o seconda città nel mondo per le raffiche di vento». Una metropoli organizzata e multiculturale, considerata tra le più vivibili del mondo, che punta molto a costruirsi un futuro, non avendo dietro di sé una grande storia. Cucina italiana, greca e asiatica si mescolano per le strade della città, creando un mix di culture capace di sprigionare novità e nuove idee. «E’ una città in cui sicuramente si vive bene, davvero attenta alle persone e con un approccio rivolto molto al futuro. Una grande differenza rispetto a Faenza è il senso della storia, che qua è praticamente assente. Questo continente è stato scoperto dagli inglesi negli ultimi secoli, non c’è struttura antica. La cosa più antica di Perth è una prigione inglese: il che è significativo per comprendere la mentalità con cui è stato recepito all’inizio questo territorio. Se a Faenza, e in Italia in generale, c’è un bel mix tra vecchio è nuovo, qui invece esiste solo il futuro».

Ecco allora che, per questa terra lontana, il Niballo rappresenta qualcosa di davvero insolito, in quanto rievocazione storica. «Ho provato diverse volte a spiegare il Palio ai miei amici australiani, ma è impossibile: non lo capiscono. Delle volte ho fatto vedere loro dei video delle gare delle bandiere, ma non riescono a cogliere il loro significato, per loro sono qualcosa di assurdo. Come dicevo prima, manca loro il senso di certe tradizioni: gli australiani sono molto legati al mondo americano, che spesso è più di un semplice stereotipo. La loro mentalità è che tu, da casa, con un cellulare puoi essere ovunque, in contatto con chi vuoi, arrivando a delle situazioni assurde. Pensa che c’è un’App con cui puoi chiamare un servizio di lavaggio per cani che in pochi minuti arriva a casa tua e qui sta spopolando». Al tempo stesso però Gabriele ammira l’organizzazione di quel Paese che sta cercando di costruirsi un’identità propria a partire dai tanti immigrati arrivati, oggi come ieri, in quella terra.

Il Rione: una passione che tiene uniti mondi lontani

Gabriele è un faentino che vive in Australia e da là segue tutte le notizie della propria città d’origine. «Sono legatissimo alla mia terra. Per me, da faentino all’estero, lo streaming delle gare è fondamentale. Ho recentemente seguito la Bigorda sul web: Daniele Maretti (il cavaliere del Nero, ndr) è stato da pelle d’oca. Speriamo adesso in delle grandi Bandiere e in un grande Palio per il Rione Nero». Di generazione in generazione: il figlio di Gabriele ha recentemente partecipato alle gare under 15 degli sbandieratori, facendo sventolare alta quella bandiera capace di sprigionare con la sua storia tante emozioni. «E’ una soddisfazione assoluta e sono contentissimo, anche perché non è scontato trasmettere al proprio figlio una propria passione, sono orgoglioso di lui». Quelle bandiere alte, in piazza del Popolo e a Perth, continueranno ancora a lungo a sventolare, unendo due mondi lontani. Ecco dunque fin dove è arrivato questo personalissimo e  avvincente ‘circuito’ che è partito dalla Faenza per arrivare a Perth. Chissà cosa riserverà la prossima curva: dietro di essa ci sarà però sicuramente una bandiera con disegnato un Pino marittimo pronta a sventolare.