Per una ri-lettura di un emblema manfrediano: il salasso

L’araldica ha suscitato in me sempre un certo interesse. Ma il patrimonio araldico manfrediano mi ha incuriosito ancor più per essere particolarmente suggestivo nelle figure apparse sulle insegne stemmarie, spesso enigmatiche, evocative del nome di alcuni membri della famiglia o del capostipite o persino di fatti gloriosi, per i motti e per i loro legami con le Sacre scritture, con la letteratura classica o moraleggiante. Chi ha modo di approfondire lo studio dei vari stemmi dei Manfredi, le monete e le ceramiche faentine dell’epoca come anche i vasi da speziale, usati per conservare i semplici (semi, radici e foglie di singole piante medicinali, oli essenziali estratti da singole piante, singoli minerali polverizzati) o i composti (preparazioni galeniche, miscele di oli essenziali per confezionare unguenti e profumi per la persona e anche aromi per la cucina), trova immancabilmente insieme ai simboli associati la figura del rinomato strumento del salasso, che permette il prelievo di quantità a volte anche considerevoli di sangue da un paziente per ridurne l’apporto nelle arterie, secondo una pratica medica accettata e persistita lungo tutto il Medioevo ma documentata a Faenza almeno fino al 1759-60, quando il medico Giovanni Battista Borsieri lo applica in occasione della febbre epidemica che lacera la città. Il salasso è effettuato dal barbiere di una volta, in quanto considerato anche mezzo medico che, oltre ad occuparsi di barba e capelli, opera come ‘cerusico’, tira denti e pratica la ‘sagnatura’, cioè tirava il sangue a chi ne aveva bisogno con dei sistemi e degli strumenti alquanto particolari come coltelletti e lancette che ritroviamo nell’impresa manfrediana.

L’origine del salasso

Nell’opuscolo De minutione sanguinis, sive de phlebotomia,attribuito a Beda il Venerabile (674-715 d.C.), si spiega che il salasso è l’inizio della salute (phlebotomia initium est salutis): rischiara la mente (mentem sincerat), acumina la memoria (memoriam praebet), purga la vescica (vissicam purgat),essicca il cervello (cerebrum exsiccat), scalda il midollo (medullam calefacit), attiva l’udito (auditum aperit),riduce le lacrime (lacrimes stringit), toglie la nausea(fastidium tollit),purifica lo stomaco(ventriculum purificat),favorisce la digestione(digestionem invitat), dispone al sonno (sensum dirigit ad somnum)e si crede renda più lunga la vita(facere longiorem vitam creditur). Al salasso, insomma, la tradizione medica altomedievale — che non manca di recuperare le tracce più remote della storia finanche nelle società arcaiche dei Mesopotamici e degli Egizi — attribuisce importanti effetti benefici sull’organismo. Il termine ‘salassare’trova la sua origine nel latino ‘laxare sanguinem’, ossia ‘far scorrere il sangue’. In realtà, si capirà molto più avanti nei secoli che la pratica del salasso nella medicina umana e veterinaria è da considerarsi quanto di più scorretto tra le pratiche mediche possibili.

Immagine di un salasso, ritratto nel capolettera di un manoscritto inglese del XIV-XV sec.

Il Fasciculo de medicina: il primo libro stampato con illustrazioni anatomiche

Il salasso nel Medioevo è considerato il rimedio a svariati malesseri (asma, emottisi, contusioni, tosse, consunzione, contusioni, convulsioni, crampi, sordità, delirio, epilessia, vertigini, gotta, tosse asinina, idrocefalo, cefalea, intossicazione, sonnolenza, demenza, morbillo, paralisi, reumatismo, sciatica, respiro affannoso e mal di gola) ed è affidato prevalentemente ai barbieri-cerusici come si è detto, gli stessi che si impiegano per ricomporre le fratture e incidere gli ascessi. La pratica del salasso viene altresì attestata dalla circolazione di opere notevoli come quella del medico tedesco Johannes de Ketham, noto anche con il nome di Johannes von Kirchheim o di Hans von Kircheim di Svevia, trapiantato in Italia alla fine del XV sec. ma che pratica a Vienna intorno al 1460: le opere come quelle del Ketham sono arricchite con illustrazioni di figure anatomiche astrologiche, che riportano in modo dettagliato i punti cui applicare il salasso. Sarà proprio l’opera di Ketham, il Fasciculo de medicina, a rivelarsi nel giro di pochi anni una sorta di best seller del genere editoriale, circolando in una traduzione in volgare a opera di Sebastiano Manilio: il monumentale Fasciculus medicinaerisulta tra l’altro utilizzato dal professore come florilegio delle sue lezioni, raccomandandolo ai suoi allievi di medicina dell’Università viennese.

Figura anatomica astrologica, tratta dal trattato medico astrologico di Johannes de Ketham, Fasciculo de medicina, Venezia 1494.

L’opera viene pubblicata per la prima volta per i torchi tipografici di Giorgio da Monferrato nel 1491, ma ben presto riscuote un gran successo, perché i fratelli Ioannes e Gregorius de Gregorijs iniziano una seconda edizione nel 1493. Sotto la guida dello stampatore Sebastiano Manilio, questa seconda edizione viene tradotta in italiano includendo molte altre notevoli differenze: l’aggiunta di quattro nuove immagini, due nuovi testi e la rielaborazione del disegno di cinque delle sei immagini originali. Queste xilografie aggiornate, che mostrano l’influenza di artisti veneziani contemporanei come Giovanni Bellini e Andrea Mantegna, riflettono l’estetica mutevole del periodo. In generale, queste immagini includono figure muscolose e classicizzanti, con particolare efficacia sulle proporzioni, sullo sfondo e sulla prospettiva, facendo risultare così il Fasciculus il primo libro stampato con illustrazioni anatomiche. La traduzione italiana racchiude illustrazioni realizzate con nuovi intagli di legno di qualità superiore rispetto alla vecchia edizione latina, nonché alcune nuove illustrazioni e nuovi testi. Il testo stesso è in realtà una raccolta di brevi trattati medici curata da Ketham, molti dei quali risalgono al periodo medievale. Si intende bene come ad ogni parte anatomica corrisponda un segno zodiacale, accompagnato da una didascalia che chiarisce gli influssi sulla relativa parte anatomica.

Perché i Manfredi hanno scelto un particolare così intenso e sanguinolento?

Scena di un salasso, tratto da: Trattato medico, sec XV, ms Dd.10.68, Cambridge University Library.

L’emblema manfrediano rappresenta, quindi, una ferita aperta e stillante sangue, sovrapposta al temperino del flebotomo per i salassi che, generalmente, risulta ben disegnato, sebbene con qualche variante rispetto ad altri esempi conservati dal tempo, come attesta la bellissima miniatura di un trattato medico ebraico che circola negli ambienti medici padovani del XV secolo, suddiviso in cinque parti, che ascrive l’originaria paternità al rabbino e tosafista francese Isaac ben Joseph di Corbeil (†1280) e si occupa principalmente di medicina e farmacologia, ma anche di esami di astronomia (astrologia) e divinazione; o come illustra pure la raffinata figura miniata nel ‘Codex Schürstab’ (1472), conservata nella Zentralbibliothek di Zurigo.

Salasso, miniatura tratta dal ‘Codex Schürstab’ (1472), Zentralbibliothek, Zurigo.

Nel nostro salasso, quello cioè preso in esame in relazione all’araldica manfrediana, non manca generalmente anche il gallo che canta e la palma fiorita, come viene riprodotto nel medaglione in pietra serena della Pinacoteca comunale di Faenza, entrambi riconducibili al principe Galeotto Manfredi. Sono stati in molti — anche tra gli studiosi locali — a chiedersi come mai Galeotto Manfredi, alla dulcissima Gens Manfreda abbia concesso di assumere nella loro impresa un particolare così intenso e sanguinolento. Il particolare araldico, molto interessante, sollecita alcune brevi riflessioni.

Impresa araldica di Astorgio I Manfredi, sec. XIV, arenaria, cm. 85×70

Il capostipite dei Manfredi: le origini da barbitonsore o chirurgo

L’impresa col salasso è già in uso presso i Manfredi fin dai primi tempi della loro attività politica sul territorio cittadino, ma in modo più marcato dalla fine del Trecento, esibito a ornamento delle insegne militari. Partendo da questa constatazione che vede concordi gli storici, è possibile che l’impresa manfrediana del salasso voglia in modo più ragionevole ricondursi a un ricordo storico-familiare, fissatosi nell’impresa fin dai tempi più remoti. Non scarterei l’ipotesi di un ricordo professionale, riguardante qualche antenato simbolicamente illustrato nella figurazione. Verso il Mille circa, infatti, la famiglia Manfredi — se dobbiamo dar credito al cronista Giovanni de Mussi (Piacenza, sec. XIV-XV) pubblicato dal Muratori — risiede già in Faenza e discende da un giovane e capace cavaliere ‘Manfredi de Regio’, che presso la corte dell’imperatore di Bisanzio Costanzo, nel IV secolo d.C., si innamora e sposa sua figlia Euride, dalla cui stirpe discendono diversi rami, come i Manfredi di Faenza, «de qua Domo descenderunt multi nobiles, sicut … Manfredi de Faventia, qui sunt domini dictæ Civitatis Faventiæ … Omnes isti vocantur filii Manfredi de Regio». Questo personaggio — che innegabilmente si perde tra i veli della leggenda — non è un titolato, ma un barbitonsore o forse un chirurgo, bello di aspetto e fortunato in amore. Da quella felice coppia sarebbero discese illustri famiglie, fra cui proprio quella dei Manfredi di Faenza.

«Qui sic vocantur propter causam istam. Dicitur quod fuit quidam barbitonsor, qui Manfredus vocabatur, qui erat valde, pulcher aspectu et pervenit ad manus eius quædam mulier pulchra valde et aspectu decora, et videbatur tota nobilis, dato quod esset facta omnibus communis» (Chronicon Placentinum, in Rerum italicarum scriptores, vol. 17, col. 565)

A ricordo del capostipite fortunato e intraprendente è molto probabile che sia rimasta impressa proprio la raffigurazione dello strumento più comprensibilmente a lui riconducibile, tramandato appunto nell’impresa manfrediana con la lancetta del salasso, che attesta adesso il chiaro significato storico, accettato e conservato dai Manfredi, anche quando pervengono a una acclarata e robusta potenza sul territorio. Il delicato arnese che il buon Manfredo di Reggio aveva adoperato come chirurgo e presumibilmente deposto dopo le nozze tende a mitizzare quello stesso matrimonio, tanto che Astorgio I lo tiene talmente in serbo che lo vuole inserire nel proprio emblema quale segno identitario di un insigne e vetusto lignaggio.

Un significato, dunque, quello del salasso, che va addolcito e non per forza accostato alla violenza — come è possibile leggere anche sulle pagine ufficiali del sito del nostro Palio del Niballo — riflessa nella «capacità della Signoria di ‘cavar sangue’ a chi si opponeva al loro potere»: mi chiedo se potessero mai i Manfredi eternare un significato così spietato del proprio casato, della propria azione politica e militare, proprio loro, vicari del Papa in terra di Romagna! Mi sembra eccessivamente avventato e debole questo tipo di approccio interpretativo: rimarcherei piuttosto l’orgoglio di conquista e l’affermazione superba sul territorio, questo sì un prezioso ricordo familiare, che agli albori dell’età moderna vedrà estinguersi, per amara coincidenza, nel delitto e nel sangue con la tragica parabola discendente non solo di Galeotto ma anche di tutta la famiglia.

La famiglia Beccaluva (Rione Nero): fedeli notai al fianco della signoria Manfredi

Avevo già iniziato ad occuparmi di alcune famiglie vissute nel territorio rionale del ‘Nero’. Ma la trattazione non è sempre esauriente e definitiva, dal momento che occorre ricostruire i diversi profili biografici attraverso ricerche molto lunghe e complesse in ambienti di archivio e biblioteche, civiche ed ecclesiastiche. Questo contributo, dunque, si limiterà a ricucire rapidamente quanto è poco noto e sparpagliato qua e là in alcuni documenti meritori di attenzione.

Dopo i Quarantini, dicevo, è il turno dei Beccalua o Beccaluva. Di questa famiglia sappiamo che il suo stemma, leggibile nella voluminosa raccolta di cronache, monografie, studi, memorie e carte – molte delle quali compilate, trascritte o raccolte dall’abate G.B. Tondini – appartenute a Bartolomeo Righi (sec. XIX), rappresenta un ricco grappolo d’uva in campo blu, in una cornice con ornamenti e decorazioni a fogliame. Meglio è possibile leggere nei blasonari Baccarini e Calzi.

La dispersione dei documenti faentini: il lavoro dello storico per ricostruire la storia della nostra città

Si tratta di una famiglia del Rione Nero, che ha avuto un certo prestigio nel contesto cittadino della Signoria prima e, dal 1509 in quello dello Stato della Chiesa, sotto il cui governo rimase ininterrottamente fino al 1797. I nomi di alcuni membri della Casa dei Beccaluva, infatti, sono ricordati tra i più influenti priori e consiglieri della città. Non mancarono altri che si distinsero per la propria attività di notai al servizio della Signoria manfrediana.

A tal proposito c’è da aver presente che il patrimonio bibliotecario e archivistico dei Manfredi, ben indagato con finezza da mons. Francesco Lanzoni, Anna Rosa Gentilini e Marco Mazzotti, è andato in buona parte perduto, insieme a tutta la documentazione che era di stretta attinenza con l’archivio comunale: infatti, quando la Signoria si irrobustisce a partire da Gian Galeazzo Manfredi, l’archivio della Signoria collimerà via via con quello comunale, a tal punto che saranno sempre più intrecciati gli interessi del pubblico del Comune con quelli del privato della Signoria, se bisogna dar peso al fatto che gli Statuti di Faenza del 1413 ordinavano e stabilivano che i documenti di maggior importanza del Comune venissero custoditi «in uno scrineo Comunis Fav[entiae] quod est super sacristiam Sancti Francisci in quadam capsetta jura infrascripta dicti Comunis etc.», in uno scrigno, cioè, posto sopra la sacrestia della chiesa di San Francesco. Successive vicende e dispersioni fanno sì che tra Ravenna e l’Archivio di Stato di Roma si scorporino molte carte, pergamene, documenti. Giusto per fare un esempio, nell’Archivio di Stato romano si conserva una pergamena nella quale si legge l’intesa stretta il 4 dicembre 1470 davanti al notaio Alberto de Picininis tra Carlo, Galeotto, Federico e Lancellotto de Manfredis, eredi del loro padre Astorgio II e di Giovanni Galiazzo, pure de Manfredis.

Anche a Faenza gli archivi delle famiglie aristocratiche e nobiliari, che dicono molto della vita della città in epoca manfrediana fra Tre e Cinquecento, risentiranno di una profonda frammentazione per cause belliche o per via di una scarsa attenzione da parte degli eredi.

Il notaio Francesco Beccaluva e il suo operato durante la signoria di Carlo II Manfredi

Stemma della famiglia Beccaluva, blasonario Baccarini, Biblioteca comunale di Faenza, p. 168, 17.

Resta invece compatto e pressoché integro l’archivio notarile oggi conservato presso la Sezione di Faenza dell’Archivio di Stato di Ravenna. Gli atti più remoti risalgono al 1377. Alla fine del Trecento sappiamo di documenti rogati da «ser Guidonem Beccaluva», che attestò un lascito da parte di Silvester de Bazulis alla corporazione di santo Nevolone di «tornaturas quatuordecim terrae in scola Ronco», cioè “di quattrodici tornature di terreno nella parrocchia di Ronco”, ma tale archivio riscuote una notevole importanza per essere custode diretto di tutto ciò che poté occorrere nel periodo della signoria di Carlo II (1468-77), quando tra i notai estensori di atti fondamentali ritroviamo il nome di un membro della famiglia Beccaluva: si tratta del notaio Francesco, attivo in numerosi atti rogitali, alcuni pertinenti la Signoria (anche se Alberto Piccinini risulta il notaio ‘ufficiale’ della Signoria manfreda) o anche la chiesa e l’episcopato faentini, come dimostra il caso della donazione fatta da «Jachobettus Cecharelli de Ravenna in suo testamento rogato a q. ser Francisco Beccaluva, reliquit bona sua distribuenda ad beneplacito Episcopi Faventini», cioè da “Giacometto Cecarelli di Ravenna nel suo testamento rogato da ser Francesco Beccaluva, [che] lasciò che i suoi beni fossero distribuiti con il consenso del vescovo di Faenza”.

Il legame con la ceramica: la famiglia Beccaluva commissionò un curioso boccale

boccale “Beccaluva”, già in possesso del conte Dionigi Zauli Naldi (tratto da: Faenza, Tipografia F. Lega, 1923, anno XI, tav. V.

Diversi invece sono i notai che rogano per conto del Capitolo Cattedrale, anche se dal 1477 si intervallano quasi esclusivamente Gaspare Cattoli e Guido Maria Beccaluva, cui si aggiunge in un secondo momento Francesco Maria Scardavi.

È merito delle note storiche e tecniche di Giuseppe Liverani e dello studio del conte Dionigi Zauli Naldi aver percorso alcune vicende della famiglia Beccaluva, quando agli inizi del Quattrocento pare avesse commissionato la modellatura di un curioso boccale, caratterizzato da una dolce decorazione su fondo bianco maiolicato con alcune sfumature rosate, che rappresenta un gallo dalla cresta protuberante, chinato con la testa a beccare un grappolo di bacche o più credibilmente un grappolo d’uva, intrecciando contaminazioni d’arte maiolicaria persiana, italiana e faentina.

Francesco Beccaluva, rappresentante di porta Ravegnana presso la Signoria

La famiglia, probabilmente stabilitasi nelle vicinanze della «c[apella] s[ancte] Marie Guidonis – corrisponde al luogo in cui dal sec. XIII, se non prima, vi era una cappella di Santa Maria Guidonis, forse perché il Guido che la fondò pare sia stato proprio il Guido di Manfredo del sec. XII; poi sede di una chiesa parrocchiale dedicata a San Biagio Martire, nel 1781 minacciante rovina e soppressa nel 1822, e non meno di 100 anni fa sede del Caffè Orfeo, in prossimità della loggia degli orefici – ad bancum apotece specierie magistri Antonii Ser Succii (?)sita iuxta Ser Franciscum Beccaluvam» (Act. Not., 1 dicembre 1467), trasse beneficio dal notevole prestigio che alcuni suoi membri ebbero nel contesto del governo cittadino, a partire da Guido Beccaluva – giusto per richiamare un esempio –, figlio di Ser Francesco «notarius faventinus», uno degli otto notai prescelti all’inizio del 1477 per prestare la loro opera legale alla commissione di soprastanti nominata da Carlo II Manfredi per il censimento delle terre del faentino, nonché eletto varie volte all’amministrazione della cosa pubblica sotto Carlo e sotto Galeotto, quale rappresentante di porta Ravegnana. Egli fu apprezzato dalla Signoria e fu fidato dei canonici della Cattedrale di Faenza, tanto da richiedergli il 19 settembre 1486 di rogare un atto (Arch. Not. di Faenza, reg. ix, 1483-1489, cc. 115v-116r) con cui affidavano al pittore locale Ser Lorenzo Cattoli l’incarico di dipingere i vetri di un occhio della cappella maggiore della chiesa cattedrale, precisando minutamente il soggetto della pittura, ritraendo «ymaginem domini nostri yesu christi existentem super aquas et destera ipsius liberantem beatum petrum apostulum, qui mergebatur in fluctibus».Si richiedeva infine che«dicte jmagines possint clare videri et discernj stando in dicta Ecclesia in choro et corpore dicte Ecclesie ab hominibus et personis jnspicientibus».

Inizio di Corso Mazzini, con la loggia “dei signori” o “degli orefici”, con il Caffè Orfeo già sede della chiesa di Santa Maria Guidonis, poi San Biagio, 1910.

Guido Beccaluva e la ‘riconquista’ di Solarolo

Guido Maria Beccaluva è stato invece membro del Consilium Antianorume questa carica viene ricoperta anche nel primo bimestre del 1489, mentre nel 1483 ricopre la carica di Consigliere.

Nel 1511 Guido Maria è tra i cittadini più illustri incaricati di risolvere con gli Anziani tutte le questioni che riguardano la comunità di Solarolo, che viene restituita al Papa Giulio II e al governo di Faenza insieme al castello, di cui si sono impadroniti gli Alidosi.

Andrea di Filippo, custode delle rappresentazioni teatrali

Altro membro rappresentativo dei Beccaluva è Andrea di Filippo, che ebbe incarichi di rilievo all’interno dell’amministrazione pubblica: lo scopriamo difatti nel 1486 essere il custode di quello che il principe faentino designò come spazio dedicato alle rappresentazioni teatrali all’interno di un più imprecisato punto nel Palatium Populi, edificio di residenza dei rettori della cosa pubblica, già sede delle magistrature popolari del Medioevo e, sin dal 1232, dimora dei Signori della città, anche se ufficialmente impadronitisi dell’edificio dal 1313, anno in cui Francesco Manfredi «ascendit palatium Faventiae pro defensione populi, et postea anno 1314 primo januarii factus fuit capitaneus populi Faventini» (Azzurrini, Chronica Breviora) dando origine così alla Signoria manfrediana.

Ancora tra i membri dell’Anzianato ricordiamo i nomi dei consiglieri Leonello (1514), di Achille Beccaluva faventinus, che alla data del 12 maggio 1528 «stetit Fugnani propter pestem» (“si stabilì a Fognano a causa della peste”), divenendo poi priore nel 1522 e consigliere civico nel 1525. Al 13 giugno 1601, per il bimestre luglio-agosto, viene fatta risalire la nomina di Nicolò Beccaluva a consigliere per il rione di porta Imolese, mentre quella del cronista ser Bernardino Azzurrini a consigliere per porta Ponte. Sappiamo, infine, di altri membri della famiglia che appartennero al consiglierato della città, quali Cesare nel 1552, Girolamo nel 1562 e Gregorio nel 1587.

Michele Orlando 

 

Foto di copertina: Stemma della famiglia Beccaluva, blasonario Righi (sec. XIX), Biblioteca comunale di Faenza.

Sulle tracce del palio negli statuti faentini del ‘500

Tra il 1943 e il 1999 veniva pubblicato, ad opera di Corrado Chelazzi, il “Catalogo della raccolta di statuti, consuetudini, leggi, decreti, ordini e privilegi dei comuni, delle associazioni e degli enti locali italiani dal Medioevo alla fine del secolo XVIII”, un monumento documentale che attestava l’identificazione, all’interno della Biblioteca del Senato della Repubblica in Roma, di un fondo storico tra i più notevoli in Italia, ovvero la più importante raccolta, sul piano nazionale, di manoscritti, incunaboli e migliaia di edizioni a stampa dei secoli XVI-XX, contenenti gli statuti dei Comuni e delle corporazioni dal tardo medioevo alla fine del XVIII secolo.

Sfogliando il catalogo, è possibile imbattersi nella edizione a stampa degli Statuti di Faenza del 1527, per altro ancora oggi leggibili in una vecchia tiratura della Zanichelli del 1930, curata da mons. Giuseppe Rossini sotto la direzione di Giosue Carducci: in realtà si tratta della V parte del 28° tomo della ristampa muratoriana dei “Rerum Italicarum Scriptores”.

Tracce del Niballo: uno schizzo negli Statuti faentini

La pagina del Catalogo della raccolta di statuti della Biblioteca del Senato della Repubblica, che riguarda Clemente VII e il ritratto del Niballo, edizione del 1527.

A proposito del testimone del Senato, dato alle stampe a Faenza la vigilia di Natale del 1527 sotto i torchi di Giovanni Maria Simonetta, vale la pena soffermarsi sulla carta di dedica al Regnante sanctissimo in Christo Patre, et domino nostro d. Clemente papa septimo, sulla quale figura uno schizzo a penna di color scuro, che riproduce praticamente in modo inequivocabile il profilo di quello che oggi noi ereditiamo con il nome di Niballo, antroponimo equivalente ad Annibale, da cui il gergale Aniballo, la ben nota sagoma a mezzo busto raffigurante il saracino, il moro, nemico per antonomasia dei cavalieri cristiani in età medioevale.

L’ignoto ritrattista, che per ragioni da chiarire in altra sede andrebbe, a nostro giudizio, collocato in un arco temporale più vicino a noi (molto probabilmente alla prima metà del XIX secolo), riproduce altresì in modo pressoché accurato quelli che potrebbero essere gli elementi costitutivi e diciamo permanenti del campo della giostra: in modo particolare merita una riflessione il rapido tratteggio della lettera capitale “H” dell’incipit proemiale “Humanas leges mortalibus divinitus tradita esse”.

La minuziosa descrizione in lingua latina delle scenografiche feste del palio nel VI libro degli Statuti faentini, alle rubriche 43-44, sono prova ulteriore della intraprendenza della signoria faentina nel confezionare il proprio corpus legislativo per la comunità urbana.

Frontespizio degli Statuti di Faenza, edizione del 1527.

L’occorrenza di questa notizia non è data unicamente nella cornice del palio: in verità è legata al fatto che preme evidenziare che la storia locale faentina urge di una maggiore sensibilità alla ricerca storica, per riscoprire le fonti, meravigliose tracce del passato da far rivivere nel mondo contemporaneo.

Michele Orlando

Le nostre origini: cena, video e interviste per raccontare la storia del Rione Giallo

Una cena per conoscere, attraverso video e interviste, le fondamenta del proprio rione e trasmettere questa memoria storica alle nuove generazioni. Sabato 19 maggio alle ore 20, appuntamento al Rione Giallo di Faenza (via Bondiolo, 85) per conoscere e riscoprire le radici del rione attraverso una cena conviviale e materiale multimediale.

Nel corso della serata saranno proiettate interviste ai rionali dei primi anni ‘60 che racconteranno aneddoti e fatti curiosi sulla storia del rione di Porta Ponte. Iscrizioni e prenotazioni presso il circolo rionale (0546.660663).

Tracce manfrediane per la città: i Palazzi della piazza di Faenza

Proseguiamo questo viaggio all’interno delle tracce manfrediane, spostandoci leggermente dal luogo dove ci eravamo lasciati. Il palazzo del Comune, posto in piazza del Popolo, conserva – nonostante gli interventi del Campidori, che nel 1721 creò l’appartamento del Governatore Pontificio, e i decori del 1728 ad opera del bolognese Vittorio Maria Bigari – alcuni elementi che possono aiutarci a ricostruire la sua precedente forma.

PALAZZO MANFREDI: IL SIMBOLO DELLA SIGNORIA

Anzitutto sappiamo che esisteva un antico palazzo che aveva un fronte sulla piazza “del pietrone”, e il lato lungo che costeggiava il voltone della Molinella: alcuni antichi documenti notarili infatti parlano di stipule avvenute “presso il Palazzo del Comune”. Si trattava, sostanzialmente, dell’area che occupa attualmente lo scalone d’ingresso (sia dal lato di piazza Nenni che dalla piazza del Popolo) e di una porzione del Salone delle Bandiere.

Il primo intervento, in ordine cronologico, è attribuibile ad Astorgio I Manfredi (1345-1405), che nel XIV secolo diede una prima impostazione al palazzo che diverrà, successivamente, sua residenza e dei suoi successori. Tuttavia fu solo con Carlo II Manfredi (1439-1484) che si accelerò la risistemazione dello stesso, all’interno di un disegno più ampio di “rinnovamento della città” che tanto scompiglio avrebbe creato a Faenza per la radicalità dei suoi interventi.

Nel 1470 Carlo fece demolire l’antico voltone gotico (voluto dal bisavolo Astorgio nel 1394) e lo fece sostituire con uno nuovo, tra corso Mazzini e l’attuale Voltone della Molinella. Successivamente fece realizzare, sulla porzione del proprio palazzo, due colonnati (uno sovrapposto all’altro) che saranno poi ripresi tra il XVIII ed il XIX secolo, completando il giro non solo del Palazzo del Governatore, ma che saranno anche apportati al palazzo del Podestà. Il signore di Faenza si diede inoltre ad abbellire la piazza, levando l’antico retaggio del “pietrone” posto al centro della stessa e dove i pubblici penitenti per reati fiscali dovevano battere le proprie terga come punizione per le proprie malefatte.

Ma presto la signoria di Carlo II rovinò: egli fu cacciato nel 1477 assieme al fratello, il vescovo Federico, anche a causa dei suoi interventi di razionalizzazione della città. La distruzione dei numerosi portici di legno che si affacciavano sulle vie cittadine, oltre al ridimensionamento di alcune botteghe, avevano fatto scattare una scintilla inestinguibile, con la quale il popolo si ribellò al suo Signore e lo sostituì col fratello Galetto.

Oggi il palazzo del Comune, oltre al colonnato, presenta ancora interessanti tracce del passato medievale: il salone delle bandiere, col suo soffitto a cassettoni; la cimasa dello stesso, dove sono riportati alcuni blasoni delle più importanti casate cittadine; la bifora, in pietra locale.

IL PALAZZO DEL PODESTA’: IL TERZO POTERE FAENTINO

Il palazzo del Podestà è opposto al palazzo del Comune. Non è un caso: in una sorta di geografia politica della città, nella piazza i tre poteri si spartivano gli spazi. Da un lato il vescovo, dall’altro la Signoria e dal lato opposto a quest’ultima il Popolo.

Il podestà è una figura che nasce dalla crisi del primo governo comunale (retto da un consiglio composto da sei a dodici membri) ed è volto a dare nuova vitalità a questa straordinaria storia che si sviluppa nel nord Italia. A Faenza l’ufficio podestarile è istituito a metà del XII secolo: l’elenco dei podestà ci fa capire l’influenza che le altre città avevano su Faenza, e in che rapporti essa era con la fazione guelfa o ghibellina. Non solo. Non si pensi che con l’arrivo della signoria manfreda il podestà perdette tutte le sue prerogative di giudice e di legislatore: il più famoso dei podestà faentini, Franco Sacchetti, fu in carica nel 1396, mentre era signore della città Astorgio I Manfredi.

Questo palazzo è, insomma, una testimonianza del sistema politico dell’epoca. Ma com’era durante il periodo medievale? Sulla data di costruzione nutriamo alcuni dubbi: recentemente è stata ipotizzata come data di termine dei lavori il 1175, poiché è conservata una pergamena che afferma come fosse stata vergata “nel palazzo del podestà di Faenza”. Inoltre, in quell’epoca, la struttura doveva essere molto più imponente rispetto ad oggi. Come il palazzo del Comune, al primo piano ospitava numerose botteghe, che furono smantellate durante la risistemazione della piazza ad opera di Carlo II. Nel piano superiore vi era la stanza del Vicario del Podestà, mentre rimangono ancora intatti i finestroni romanici (sono pentafore e trifore), anch’esse in pietra locale, che lasciano passare la luce nel grande stanzone, culminanti in archi in laterizio. Le cronache poi riportano che nel 1270 venne abbattuta la scala che faceva salire al piano superiore per fare posto al balcone del palazzo detto “dell’arengario”, cioè da dove si arringano le folle. Un’altra scala, fu eretta pochi anni dopo, e fu detta “dei baratti”, poiché ai suoi piedi si svolgevano i giochi d’azzardo. Come detto, oggi rimane una porzione del palazzo originale: esso infatti giungeva sino all’attuale via Marescalchi, mentre internamente aveva due corti divise da una via che si apriva sino alla piazza del Popolo. Vi era una torre, con una campana, che chiamava all’adunata i cittadini in armi. Il podestà aveva il suo appartamento nell’angolo con l’attuale corso Saffi, e nello stesso palazzo trovava posto una chiesa e, soprattutto, le carceri e le stalle.

Nel Settecento il palazzo venne ridimensionato, e il grande salone venne adibito a teatro pubblico. Molte delle strutture precedenti vennero atterrate o riutilizzate. Inoltre nel novecento altri importanti interventi – con la consulenza del bolognese Alfonso Rubiani – portano al ripristino della sala grande e dei finestroni, pur con demistificazioni di questa struttura che, nel tempo, aveva mantenuto intatto il suo sapore di medioevo.

Mattia Randi